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La Lucania

Quinto Orazio Flacco, poeta lucano dell’impero romano.

Quintus Horatius Flaccus, nacque a Venosa l' 8 dicembre 65 a.c. - Mori' a Roma il 27 novembre 8 a.C., all'età di cinquantasette anni

"Nacqui l’8 dicembre del 65 a.c. presso Venosa sul Vulture, al confine della Lucania." (Lucanus an Apulus anceps) narra di sè Orazio nelle Odi, (libro I II III), nelle Satire (libro I II IV) e nelle Epistule (libro I II), ma ce ne parla anche Svetonio, nella Vita di Orazio.

« O Sole che dai la vita, che con il carro lucente mostri e celi il giorno, e che vecchio e nuovo risorgi, possa tu mai vedere nulla più grande della città di Roma [...] o dei, date buoni costumi alla docile gioventù, o dei, concedete alla vecchiaia una placida quiete, e donate al popolo di Romolo potenza, prole e ogni gloria. » (Orazio, Carmen Saeculare)

Il poeta Quinto Orazio Flacco (in latino Quintus Horatius Flaccus) e' famoso in tutto il mondo per il suo "Carpe Diem". Figlio di un fattore liberto (schiavo liberato) che si trasferì a Roma come esattore di aste pubbliche (coactor exactionum) lavoro non di prestigio ma redditizio. Il poeta apparteneva ad una famiglia di umili origini e discretamente agiata. A Roma, il piccolo Orazio, seguì con molta attenzione le lezioni di grandi maestri tra cui il grammatico Orbilio (bravo ma manesco, ricorderà Orazio da adulto). In età scolare il fanciullo frequentò la scuola privata del maestro Flavio, frequentata anche dai figli dei centurioni romani, ricchi e presuntuosi. Orazio, per completare gli studi, si trasferì poi ad Atene dove studiò greco e filosofia presso Cratippo di Pergamo. Ad Atene entrò in contatto con la filosofia epicurea ma pur sentendosene attratto, non aderì alla scuola, forse perchè non in sintonia con la fiura dei suoi insegnanti. Apprezzò però moltissimo la cultura ateniese, di cui anche Roma riconobbe il valore, da cui la sua celebre frase: "La Grecia conquistata il barbaro vincitore conquistò, e le arti portò nell'agreste Lazio." Orazio era un acuto osservatore della vita e delle persone, non incline ad esaltarsi o illudersi, per cui una dottrina che rasentasse la fede l'avrebbe lasciato perplesso. "Nessuna poesia scritta da bevitori d'acqua può piacere o vivere a lungo. Da quando Bacco ha arruolato poeti tra i suoi Satiri e Fauni, le dolci Muse san sempre di vino al mattino."

Suo padre teneva molto a lui, e infatti Orazio lo definì come il "migliore dei padri". Il padre aveva un piccolo fondo da coltivare. Anzi era "pauper macro agello" ("povero di un magro campicello"). Si dice che, per integrare il suo reddito, facesse anche il salumiere. Della madre non si hanno notizie, forse perché morta quando il poeta era ancora troppo piccolo e sostituita dalla nutrice, forse perché pervasiva era la figura del padre, di cui si tessono tutti gli elogi possibili. Sembrò, tuttavia, che sin dalla nascita gli dèi avessero segnato il destino di quel bambino, povero e forse orfano. Sfuggito infatti alla sua nutrice - racconta quel bambino fattosi adulto -, alle falde del Vulture si addormentò tra vipere e lupi. Ma fantastiche colombe vigilarono su di lui, tra la meraviglia degli abitanti dell'alta Acerenza, della ricca piana di Forenza e della ariosa Banzi. Il ragazzo, a Roma, sotto la guida spirituale e morale di quel padre, che gli consigliava obbedienza ai suoi insegnanti, diligenza nell'applicazione, rispetto del motto degli antichi, che mai mentì. E gli antichi erano i lucani lasciati a Venosa, come Ofello e Davo, che erano saggi senza essere filosofi e senza aver studiato, perché non avevano perduto il natio buon senso. Quel ragazzo, dunque, non avendo nobili natali, si fece tutto da solo, tra immensi sacrifici. Perciò, da umile fattosi potente (ex umili potens), ebbe sempre a disprezzo i fatui e i vanitosi, i superbi e i presuntuosi, insomma coloro che, arrivati in alto per un colpo di fortuna, o per imbrogli o furti o compromessi, si atteggiano poi a grandi uomini, guardando gli altri dall'alto in basso, naso adunco. La fortuna viene e va - diceva Orazio. Che si è mai sulla terra? Ogni cosa finisce con la morte, nell'Ade. Lì son destinati a finire tutti, ricchi e poveri, perché la morte tutti livella. Nell'urna della Morte si agitano tutti i nomi. Non serve inebriarsi di sé, perché, se si dovesse cadere, la caduta è più rovinosa. Conviene vivere giorno per giorno, utilizzando al meglio il tempo, tra piaceri razionali e moderati. Tutto va fatto con misura. Seguendo la via del "giusto mezzo", si raggiunge la indispensabile tranquillità d'animo; e se si è stati integri di vita e di costumi, nulla può far paura, nemmeno il lupo che si incontra nella selva sabina. Erano pensieri degni di un cristiano, che piacquero nei secoli e arrivarono fino a Dante, Parini e Manzoni, passando per il cristianesimo. Anche per questo qualcuno pensò che il padre di Orazio fosse un ebreo. Vera o falsa che sia questa ipotesi, è certo che Orazio ritenne che, senza quel padre, mai sarebbe stato quello che fu. E nel padre, indipendentemente dal fatto che fosse o meno ebreo, vide il portatore di un mondo che stava morendo e che Augusto voleva riportare in vita, valorizzando la provincia e la campagna, gli antichi costumi e la famiglia, la religione dei padri e la loro parsimonia. In tal senso, la Lucania era il cuore antico di Orazio; ed era il futuro verso cui tendeva il programma di Augusto, cui il poeta aderì. Perciò, tra i rumori di Roma, egli pensò alla fresca fontana di Banzi e ad Acerenza, all'ape "matina" e alle colombe che volavano sul Vùlture, al cinghiale lucano e alla contadina "perusta solibus", cioè bruciata dal sole. Che se poi voleva esempi di vita convulsa e falsa, poteva far riferimento al paesaggio pugliese, che aveva l'Ofanto violento e l'Adriatico insidioso, la siccità e la sete, l'aglio puzzolente dei mietitori e la malaria, o la strega che gli predisse che un giorno sarebbe morto ad opera di uno scocciatore, che chiedeva raccomandazioni indecenti quanto impossibili. La Lucania, contrapposta alla siticulosa Apulia, fu, dunque, il paese del sogno, la terra del ricordo e della nostalgia, che lo sorresse per tutta la vita, fino alla morte. Si tratta della cosiddetta "lucanità" di Orazio, di cui molto si è discusso. Ne parlarono i lucani Giustino Fortunato e Nicola Festa. Questi, grecista, bizantinista e docente presso "La Sapienza" di Roma, scrisse che, se il ritorno alle proprie origini fu un vezzo dei poeti del tempo d'Augusto, "in Orazio quegli accenni furono più frequenti e meno fugaci, e sembrano attestare un affetto sincero, per quanto calmo, devozione incancellabile, alla terra madre, ai paesi in cui egli crebbe e da cui ricevette le sue prime ispirazioni". Ma ne parlò anche Fraenkel, che lucano non era, e ne parlò Pascoli, che, commentando l'ode dello smarrimento di Orazio sulle falde del Vùlture, e poi trovato dormiente tra fabulosae palumbae, ebbe la sensazione di quasi sentire "la voce de' buoni montanari (lucani), ammirati al racconto forse della nutrice".

Quando scoppiò la guerra civile Orazio si arruolò, come tanti altri giovani per lo più aristocratici e di alta cultura, nell'esercito di Bruto. Nonostante la giovane età e le umili origini, ad Orazio gli fu conferito l'importante grado militare di tribuno. Nella battaglia di Filippi (42 a.C.), persa dai sostenitori di Bruto, Orazio potè sottrarsi alla morte soltanto con la fuga. I pochi beni del padre, che nel frattempo era morto, gli furono confiscati. Riuscì a tornare a Roma grazie ad un amnistia voluta da Ottaviano e per vivere dovette adattarsi al mestiere di scrivano di un questore (scriba quaestorius). Si dedicò a scrivere versi, che iniziarono a renderlo noto. Nel 38 a.C. venne presentato a Mecenate da Virgilio e Vario, probabilmente incontrati nelle scuole epicuree di Sirone, presso Napoli ed Ercolano. Dopo alcuni mesi Mecenate, l'uomo politico più influente di Roma dopo Augusto, lo ammise nel suo circolo letterario. Nacque tra di loro una grande amicizia e probabilmente un amore, visto che Mecenate era un po' bisessuale, e che Orazio non si sposò mai e non ebbe figli. Anche Orazio sembra avesse tendenze analoghe, un'unica donna, a suo dire venne per un certo tempo amata da lui, ma non si sa se sia vero, perchè l'omosessualità tra adulti a Roma era mal vista. Orazio, libero da preoccupazioni economiche, si dedicò interamente alla letteratura. Mecenate gli donò nel 33 a.C. un podere in Sabina dove Orazio si ritirava nei suoi ozi meditativi spesso raggiunto dallo stesso Mecenate. L'anno seguente era nel gruppo degli amici che accompagnarono Mecenate a Brindisi per un tentativo di riconciliazione fra Antonio e Ottaviano. Si appagava così il suo sogno di libertà, di indipendenza e di quiete. Là, non molto lontano dalla capitale, che continuava a frequentare, visse la maggior parte del tempo, resistendo anche agli inviti allettanti di Augusto, che gli offrì un lusinghiero posto di segretario, ma che Orazio gentilmente rifiutò. Tra la pace della campagna e le visite romane a Mecenate completava la composizione delle "Satire" e le "Odi". Verso il 35 pubblicava il primo libro delle Satire; nel 30 usciva il secondo e iniziava la composizione, del tutto diversa, delle Odi. Nel 23 venivano pubblicati i primi tre libri di questi carmi lirici; poi il poeta tornava ai metri e in parte ai temi delle Satire con un libro di Epistole, compiuto verso il 20.

Augusto voleva il favore degli intellettuali, che vennero da lui stimati, ammirati, incitati e fatti oggetto di particolari benefici. La letteratura di tutto il periodo fiorisce intorno a Mecenate e a Messalla: essi non chiedono agli scrittori un atteggiamento adulatorio verso il princeps né l'abbassamento a un'arte mercenaria, bensì una letteratura pervasa di spirito patriottico, esaltante la grandezza di Roma e del nuovo assetto politico. Nel 17 a.C. Augusto chiamò Orazio a comporre il "Carmen saeculare" in onore di Apollo e Diana, da cantare appunto durante i "ludi saeculares": occasione, questa, particolarmente solenne, dato che quei ludi in quell'anno sancivano ufficialmente l'inizio della "Pax Augusta". In occasione delle celebrazioni dell'impero, il "Carmen saeculare" fu cantato sul Palatino e in Campidoglio il 3 giugno del 17 a.c., da 27 giovanetti e 27 fanciulle. Il Carmen saeculare è un inno in 19 strofe saffiche (la strofa saffica è composta da tre endecasillabi saffici minori e da un adonio di 5 sillabe), una forma metrica poi ripresa da Catullo, che non per nulla chiamò Lesbia la propria amata. I Ludi saeculares, originariamente Ludi Tarentini, erano una celebrazione religiosa, con sacrifici e spettacoli teatrali, tenuti per tre giorni e tre notti che si celebravano tra la fine di un saeculum (secolo) e l'inizio del successivo. Un saeculum, la massima lunghezza possibile della vita umana, era considerato durare tra i 100 ed i 110 anni. La data del 17 si disse fosse stata richiesta da un oracolo dei Libri Sibillini, che imponeva la celebrazione dei Giochi ogni 110 anni, e da una nuova ricostruzione della storia repubblicana dei Giochi che ne colloca la prima celebrazione nel 456 a.c. Lo stile del carme è aulico e solenne con un carattere rituale e religioso. Infatti sono frequenti le invocazioni ad Apollo, a Diana, al Sole, a Ilizia, alle Parche e alla Terra. Il componimento termina con il panegirico di Augusto considerato discendente della Dea Venere. Nel carme Orazio si fa entusiasta partecipe dell'ideologia augustea e della grandezza di Roma caput mundi. Vi si esprime l'augurio che il potere di Roma non cessi mai ed un'invocazione agli Dei affinchè diano lunga prosperità ai romani. Nonostante il tono elegiaco il carme è semplice e scorrevole, mai stucchevole, perfetto nella costruzione della preghiera che diventa un inno a Roma e pure alla vita. Da questo carme fu tratto lo splendido Inno a Roma, musicato magistralmente da Giacomo Puccini.

Orazio stesso ci fornisce un ritratto di sé: piccolo e un po' obeso, occhi scuri e calvizie precoce; facile all'ira, sentiva anche molto gli affetti. Quello di Orazio fu un tempo di grandi sconvolgimenti politici e sociali: vide il tramonto della Repubblica e l'affermarsi dell'Impero. Anche per l'intellettuale, morti gli ideali e le norme di vita dettate dalla romanità arcaica, si faceva forte la tentazione d'inserirsi nel nuovo sistema politico; tanto più che Augusto e il suo ministro Mecenate conducevano un'abile politica di accaparramento delle forze intellettuali, orientate, piuttosto di istinto, verso gli ideali repubblicani incarnati con grande prestigio da Bruto. Quella di Orazio, dunque, fu anzitutto la ricerca di una posizione che gli garantisse un'autonomia pratica e psicologica. Ebbe la fortuna d'incontrare un amico potente e intelligente come Mecenate, che gli assicurò un equo benessere materiale e rispettò la sua libertà. Ma fondamentale fu anche l'adesione di Orazio alla filosofia epicurea, che allora attraeva del resto in modo particolare i giovani colti di Roma, col suo insegnamento di un sano materialismo, di un giusto equilibrio interiore. Orazio si professa egli stesso epicureo, e da tutta la sua opera traspare la filosofia di Epicuro, anche se non mancano taluni passaggi o certe posizioni che pure risentono del più robusto verbo stoico, inevitabile in un cittadino romano. Acuto osservatore, finemente ironico e di grande semplicità, Orazio ha un carattere introverso e un po' malinconico, ma anche arguto e penetrante, timido e scostante, ma dopo gli slanci esacerbati della giovinezza sembra più consapevole, attento e nello stesso tempo piacevolmente ammorbidito. Ma tanta riservatezza nella vita non ha stranamente riscontro nella produzione poetica di Orazio. Egli è anzi uno degli scrittori dell'antichità che più hanno parlato di se stesso: anche se poi il nucleo finale, l'intima sua natura finisce pur sempre per sfuggirci nei vari momenti della sua produzione poetica, che procede di pari passo con un affinamento estetico ma anche intellettuale e morale. Le prime due raccolte poetiche, degli Epodi o Giambi (17) e delle Satire (2 libri, di 10 e 8 componimenti) datano dal 41 al 30; materia e tono risultano affini, anche se più crudi nei primi. Sono il momento giovanile, a volte un po' rigido, ma già confidenziale, della poesia oraziana; danno un quadro vivo della città e accennano ad alcune circostanze fondamentali dell'esistenza del poeta, quali l'educazione ricevuta dal padre, lo svolgimento dei rapporti con Mecenate, problemi letterari e filosofici; ed è già chiaro il tentativo di affinare anche stilisticamente il genere letterario della satira, tipicamente romano. Se le Satire (Sermones li chiama il poeta) sono un'opera carica di simpatia umana, le Odi (Carmina, 103 poesie in metro vario) presentano il momento più alto dell'ispirazione poetica di Orazio. La vita dello scrittore ancora si presenta in molti scorci; molti carmi sono dettati da circostanze esteriori, ma l'interesse del poeta e del lettore va al modo nuovo di far poesia in Roma, a cui queste composizioni ci fanno assistere. Qui, l'aspirazione di Orazio è quella di rivaleggiare con i grandi lirici della Grecia arcaica (Alceo, Saffo, Anacreonte, Pindaro) o alessandrina. E certo il rischio di un lavoro puramente letterario qua e là è evidente in componimenti fin troppo eleganti e freddi. Più spesso, Orazio ritrova nella perfezione stilistica e nella plasticità fantastica il corrispettivo della sua visione dell'esistenza: con le regole della vita schiva, del godimento dei piccoli ma sostanziosi piaceri d'ogni giornata (il carpe diem), del culto del bello, dell'affinamento spirituale, dell'importanza dell'amore, dell'amicizia, della ricerca di un equilibrio interiore. Perciò l'adeguamento forma-contenuto appare spontaneo, e ne nascono le più alte liriche di tutta la letteratura latina. Persino la tematica patriottica, o addirittura l'ideologia augustea e la restaurazione di valori civili trovano espressione adeguata in questa raccolta (soprattutto nel gruppo di liriche all'inizio del libro III, e nel Carmen saeculare). Il passaggio dalle odi alle epistole (23 componimenti) è ancora brusco nella forma; ma la disposizione verso la vita e verso gli uomini è più comprensiva, affinata dalla grande esperienza dei Carmina e da riflessioni estetiche testimoniate anche nella terza lettera del II libro, quella celebre detta Ars poetica. La chiusura del ciclo poetico di Orazio con questa raccolta mostra la perfetta costanza di una vita esemplare: esemplare per esperienza di poeta ed esemplare per esperienza umana. Raramente si trova in uno scrittore una compenetrazione così intensa dei motivi esistenziali e della produzione letteraria, che si fa autentica autobiografia e insegnamento. Si sono rimproverati a Orazio soprattutto l'atteggiamento in sostanza rinunciatario verso gli impegni dell'azione, gli splendori formali senza forti contenuti. Ma certo il poeta rispecchiava un diffuso stato d'animo, in momenti di travaglio politico, di delusioni e di speranze nuove; ed è proprio questo misto di scetticismo e di sensibilità verso le promesse che il programma augusteo faceva brillare, dopo decenni di guerre civili, a costituire il valore anche storico della poesia civile di Orazio. Ma è soprattutto la complessa e sfuggente personalità del poeta e l'eleganza della sua poesia ad aver affascinato nei secoli i lettori. Particolarmente sensibile fu l'entusiasmo per gli scritti oraziani nel corso dei sec. XVII e XVIII, con ripresa dei suoi temi e dei suoi metri nelle lingue moderne. L’Orazio forbito e ritrattista, spontaneo e sorridente, arguto e scocciato emerge nella Satira Quinta del Primo Libro, in quella in cui descrive il viaggio compiuto insieme a Mecenate e a Virgilio, nel 37 a.c., da Roma a Brindisi: 530 chilometri, percorsi in 14 giorni e con mezzi vari. In questa satira, con un linguaggio serrato e sempre vivace Orazio tratteggia molte delle cittadine attraversate. Forappio, borgo laziale lungo la via Appia distante a 26 miglia da Ariccia, Orazio, lo qualifica "pieno zeppo di barcaioli e di osti esosi e dalla pessima acqua"; Anxur è "posta su rocce che biancheggiano da lontano"; Fondi lo fa sorridere per le insegne del pretore locale, definito un borioso scribacchino, le quali presentavano una pretesta, un laticlavio e... un braciere; l’Apulia, cioè la Puglia, è "bruciata dal caldo Atabulo", lo scirocco locale; poi un paese che non menziona "perché (il suo nome) non entra in un solo verso" dove "si vende l’acqua, la più comune delle cose" ma dove "il pane è di gran lunga il migliore"; Canosa ha il "pane che è duro come la pietra" ed è un paese "non più ricco di un’urna d’acqua"; Bari è città "ricca di pesce"; Egnazia è stata "costruita in odio alle acque". Inoltre a Forappio "i servi scagliavano ingiurie ai battellieri, e i battellieri ai servi". Ma nel sett. dell’8 a.c., Mecenate morì e Orazio lo seguì a breve, forse a causa di un'emorragia cerebrale, ma soprattutto perchè non resse alla mancanza, come accade nelle anziane coppie che tanto hanno condiviso. Già da 5 o 6 anni, tuttavia, non componeva o pubblicava quasi più nulla, forse per riflettere, o perchè le forze gli venivano meno. Fu sepolto proprio accanto alla tomba dell'amico e protettore ("la metà dell’anima sua", com'egli stesso lo definì) sul colle Esquilino, come aveva disposto nel testamento.

LO STILE DI ORAZIO

Poeta e scrittore, è dotato di eleganza stilistica e di fine ironia, epicureo nei semplici piaceri della vita, propositore di un'ars vivendi lontana dalla vita mondana e dagli inutili affanni. Però Orazio un'ambizione ce l'ha, perchè attribuisce un valore sacrale alla poesia in quanto strumento di immortalità, e non ha tutti i torti, visto che lo leggiamo ancora due millenni dopo. Più che una speranza la sua è una consapevolezza del suo talento. Nell’ottobre del 28 a.c. è dedicato ad Apollo un tempio sul Palatino ed Orazio rivolge al Dio una poesia, davanti alla folla radunata per l’inaugurazione, e nel volgere una preghiera si chide anzitutto si chiede quale preghiera possa rivolgere, egli poeta, al Dio della poesia. Inizia dunque a riflettere su ciò che egli non chiede, né chiederà mai, pensando a quanti si affaticano alla ricerca di un effimero godimento di ricchezze, mentre il vero poeta si accontenta di poche e povere erbe alla sua mensa, ma gode immensamente della sua poesia.

LE SATIRE DI ORAZIO

Composte tra il 38 ed il 36 a.c.., per altri tra il 35 ed il 30 a.c., le Satire presentano un Orazio non pungolato da rabbia o vendetta, per la politica o per per i suoi dolori, ma un Orazio più maturo, faceto e discorsivo, ironico e attento osservatore degli altri e dei tempi. Quasi tutte in forma dialogica, piacevoli e divertenti, veloci ed eleganti, le Satire sono un affresco della società romana vista nel quotidiano, uomini affannati, ambiziosi, ingenui, vanitosi, viziosi e adulatori, infidi e parassiti. Per Orazio il bene più grande è la continenza, la lontananza dagli eccessi che portano sconvolgimento dell'animo, ridicolo e disavventure.

LE ODI DI ORAZIO

Satire (Saturae o Sermones, come le definisce l’autore), in due libri che comprendono 18 satire, scritte tra il 41 e il 30 a.C.: il I libro (10 satire) fu dedicato a Mecenate e pubblicato tra il 35 e il 33 a.C., mentre il II libro (8 satire) fu pubblicato nel 30 a.C. insieme agli Epodi. Epodi (Epodon libri o Iambi, come li definisce l’autore), 17 componimenti, pubblicati nel 30 a.C. Odi (Carmina, come li definisce l’autore), in tre libri con 88 componimenti, pubblicati nel 23 a.C. Un quarto libro con altri 15 componimenti venne pubblicato intorno al 13 a.C. Epistole, in due libri. Il I libro comprende 20 lettere composte a partire dal 23 e pubblicate nel 20 a.C., con dedica a Mecenate, mentre il II libro, con tre lettere, scritto tra il 19 e il 13 a.C., comprende l’epistola ai Pisoni, o Ars Poetica in 476 esametri, che fu presa a canone per la composizione poetica nelle epoche successive. Carme secolare (Carmen saeculare), del 17 a.C., scritto per incarico di Augusto e destinato alla cerimonia conclusiva dei ludi saeculares.

Orazio è considerato dal classicismo uno dei più importanti poeti latini, citato addirittura nell’Inferno di Dante nel Limbo, al verso 89 del Canto IV. Molte delle sue frasi sono diventate modi di dire ancora in uso: esempi sono carpe diem, nunc est bibendum e aurea mediocritas, oltre che Odi profanum vulgus, et arceo, e, recentemente, gli è stato intitolato anche un cratere sulla superficie di Mercurio. Inoltre Orazio è protagonista del giallo storico Meminisse Iuvabit, ambientato nel 23 a.C. e scritto da Luigi Calcerano.



VENOSA

Venosa - Cittadina della Basilicata, in provincia di Potenza; è situata a 415 m d’altezza alla sinistra dell’omonima fiumara di Venosa, affluente dell’Ofanto, sulle ultime propaggini orientali del monte Vulture (1.327 m). Le origini di Venosa, la romana Venusia, sono incerte. Sorta comunque nel sito dove già in epoca preistorica si era formato un importante insediamento (lo attesta la vicina necropoli, tra le principali del Paleolitico italiano), la si vuole fondata da genti giunte dalla Tracia. Per la sua posizione, al limite tra Basilicata e Puglia, gli stessi antichi romani – tra cui il grande poeta Quinto Orazio Flacco, cui diede i natali – la ritenevano alternativamente centro dei Peucezi o dei Dauni, passato poi ai Sanniti. Fu conquistata da Roma nel III secolo aC, ma crebbe d’importanza attorno al 190 aC, quando fu collegata alla capitale mediante la via Appia. Nel Medioevo Venosa visse un alternarsi continuo di dominazioni, iniziato con la sudditanza al longobardo ducato di Benevento, cui seguirono i bizantini; furono però i Normanni, nell’XI secolo, a lasciare ampie testimonianze architettoniche. Ancora si ebbero i passaggi di potere tra Svevi, Angioini, Aragonesi; a partire dal XV secolo la città fu soggetta a feudatari locali. Venosa antica: una ideale passeggiata in quel museo all'aperto che è Venosa. Suggestive vie vi guideranno alla conoscenza delle Terme, dell'Anfiteatro romano, del Castello medioevale, della Cattedrale, della Chiesa della Trinità, dell'Abbazia dell'Incompiuta, del Museo archeologico Nazionale, delle Catacombe ebraiche, del Parco Paleolitico di Notarchirico, castello Aragonese, Cattedrale di Sant Andrea, Complesso della SS. Trinità, parco Archeologico, Chiesa del Purgatorio.


LA COSIDDETTA CASA DI ORAZIO

Vicino la cattedrale di Venosa, tra i vicoli e i palazzi, persiste un edificio a legatura reticolata e con la facciata a mattoni, che i più identificano come la casa del noto e famoso poeta lucano. La presunta casa di Orazio a Venosa, (non si è certi dell'attribuzione) risale al II sec. d.c, con due stanze adiacenti individuate facenti parte di un complesso termale: una semicircolare allestita con arredi e supellettili di epoca romana ricostruiti con la tecnica dell'archeologia sperimentale e l'altra rettangolare senza copertura. All''esterno presenta una parete muraria in opus reticulatum e opus latericium. E’ la casa in cui sarebbe nato Quinto Orazio Flacco e che (secondo un'antica tradizione venosina) il poeta ricordava come la "domus" che dava sull’immensa valIata del Reale. Recenti scavi hanno dimostrato essere parti di terme di una casa patrizia composta dal "calidarium", cioè da una stanza rotonda per i bagni d’acqua calda, e da un altro vano rettangolare. La facciata si presenta in "opus reticulatum". A sinistra dell'ingresso vi è un avanzo di scultura incastrato nel muro. La finestrella che si affaccia sul vicolo ha la forma di un ferro di cavallo. Infine, sotto la strada del vicolo fu scoperto un mosaico con soggetti marini,oggi coperto da una botola.

Nonostante la tradizione popolare già nel 1500 individua il complesso come l’abitazione di Orazio, poeta latino del I sec. a.C., recenti studi hanno mostrato che in realtà si tratta di ambienti il cui indirizzo era rivolto ad un impianto termale, probabilmente pubblico. La costruzione, costituita da due ambienti contigui di cui uno circolare, la cui pavimentazione fa pensare ad una sauna, in passato era molto più vasta e probabilmente alcune mura, oggi inglobate nelle case adiacenti, un tempo erano parte dell’edificio. Ad attestare l’affinità con l’acqua anche una figura a mosaico a pavimento raffigurante animali marini. Canali e pozzi, possono confermare l’idea del complesso termale, avanzata nel 1935 da studiosi ed archeologi. Andando oltre il valore architettonico, la Casa di Orazio, presunta dimora del poeta, esercita una grande suggestione e rievoca una forte memoria storica latina che, i venosini e le autorità competenti, vogliono valorizzare e promuovere. Si tratta di un bene archeologico di grande valore che, a detta dell’Amministrazione comunale e dalla Società Lucaniatours (titolare della gestione della Casa di Orazio), necessita di una maggiore visibilità e divulgazione, nonché di opportune strategie di accoglienza dei turisti e dei visitatori. Il patrimonio oraziano deve essere oggetto di attenzioni e finanziamenti regionali, nazionali ed europei, indispensabili a garantire la giusta riqualificazione della struttura che, se arricchita di impianti multimediali, renderà più affascinante un bene collettivo già famoso, in quanto evoca il grande Quinto Orazio Flacco, giustamente considerato uno dei maggiori poeti latini, tra i massimi poeti lirici di tutti i tempi. Nato a Venosa nel 65 a.C., viene ricordato e celebrato dal Certamen Horatianum, manifestazione culturale di traduzione dal latino delle sue opere, che si tiene ogni anno nella sede del Liceo Classico Statale “Quinto Orazio Flacco” di Venosa dal 1986. Il concorso, come la Casa, deve essere un pregio e un omaggio dedicato al poeta, autore degli Epòdi delle Satire, delle Odi e delle Epistole. Nella vita tutto fugge, tranne il valore della poesia, capace di sottrarre i grandi sentimenti e le cose belle all’opera corruttrice del tempo. Cogliamo l’attimo, carpe diem, apprezzando e visitando anche le mura oggi presenti e domani chissà, della Casa di Orazio.




Project Casa Orazio - Itinerario storico-archeologico della casa di Orazio a Venosa


Venosa e Orazio Secondo Circolo - Il video è stato realizzato dal Secondo Circolo di Venosa in occasione del Socrates-Comenius 1- passato e presente nei nostri territori: Quinto Orazio Flacco una figura importante di Venosa.


Venosa, l'antica Venusia in Lucania


BASILICATA TERRA DI POETI ("Fanciullo protetto de Dei" di Orazio) Voce Dino Becagli - Chitarra Antonio Cinefra


Lagane e Ceci - Chef Giuseppe Zito - La ricetta del piatto del poeta di Venosa Orazio: Lagane e Ceci. Cucina il Prof. Giuseppe Zito per la trasmissione Rai "La grande giostra del gol" del 2005