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La Lucania

Isabella Morra




Isabella di Morra (Isabella Morra) - Poetessa Lucana del 500


Isabella di Morra, la grande poetessa petrarchesca lucana del XVI secolo tenuta prima prigioniera dai fratelli nella rocca di Favale (ora Valsinni, in provincia di Matera). Le poesie di Isabella di Morra furono scoperte e pubblicate da Benedetto Croce. Nata a Favale tra il 1516 e il 1520 circa (data non certa) , morì nell'inverno tra il 1545 e il 1546. Fu uccisa dai fratelli per una presunta storia d'amore con Diego Sandoval De Castro, poeta di origine spagnola, barone di Bollita (attuale Nova Siri). Isabella Morra ha lasciato uno struggente canzoniere, fatto di dodici sonetti e tre canzoni, che, pubblicato per la prima volta nel 1559, ne fa la più grande poetessa d'amore del Rinascimento italiano per originalità e schiettezza del sentire. Le qualità dell'autrice varcano sicuramente i limiti segnati dai pur suggestivi riferimenti agli accadimenti puramente biografici e ci consentono di poterla indicare non solo come la prima lucana di valore ma anche come degna di ben figurare nel panorama della letteratura italiana del '500 accanto a Gaspara Stampa, Veronica Gambara, Veronica Franco, Vittoria Colonna, Tullia d'Aragona. Era la terza degli otto figli di Giovanni Michele Morra, barone di Favale e di Luisa Brancaccio. Gli altri figli furono Marcantonio, Scipione, Decio, Cesare, Fabio, Porzia e Camillo. Il padre fu costretto a emigrare, nel 1528, assieme al secondogenito Scipione, a Parigi, dopo la sconfitta delle truppe di Francesco I di Francia di cui era alleato e la vittoria di Carlo V per il possesso della penisola. Il feudo di Favale, spettante ai di Morra fin dall'epoca normanna, fu alienato per alcuni anni, passando alla Corona di Spagna. Dopo varie trattative legali, il feudo tornò ai di Morra, e fu affidato al primogenito Marcantonio. A Favale rimase la moglie con sette degli otto figli, compresa la giovane Isabella che spesso invocò il padre nelle sue Rime, considerandolo l'unico in grado di aiutarla nella sua situazione: i rapporti con i fratelli erano infatti aspri e continuarono a incrinarsi fino alla tragedia. Il preciso anno di nascita di Isabella rimane ignoto; Benedetto Croce lo situa attorno al 1520, mentre il Caserta pensa sia nata qualche anno prima, ponendo il 1515 come data post quem. Isabella manteneva una relazione segreta con Diego Sandoval de Castro, poeta spagnolo a sua volta e barone di Bollita, inviandogli messaggi e versi tramite il suo pedagogo. Scoperta la relazione, i fratelli di Isabella uccisero lei e il suo pedagogo nel 1546. Poco più tardi ammazzarono in un agguato nel bosco di Noia (l’attuale Noepoli) anche Diego Sandoval per poi fuggire in Francia. Di che natura fosse la relazione tra Diego Sandoval de Castro e Isabella, nella Basilicata remota e al di fuori delle maggiori correnti culturali del tempo, rimane a oggi un mistero. Certo si sa che le lettere che don Diego spedì a Isabella furono inviate a nome di sua moglie, Antonia Caracciolo. Gli storici hanno così supposto che Isabella e Antonia Caracciolo si conoscessero già prima dell'inizio dello scambio epistolare. Perdute invece restano le risposte di Isabella a Diego, poeta di qualche reputazione, che nel 1542 aveva pubblicato, a Napoli, un volume di rime petrarchiste. Che si trattasse di una relazione sentimentale o di una semplice amicizia intellettuale in condizioni di duro isolamento, i fratelli ne furono informati già alla fine del 1545. Decio, Cesare e Fabio decisero rapidamente di porre fine alla relazione uccidendo prima la sorella e poi il nobile spagnolo. Alcune fonti anglosassoni ipotizzano che fu picchiata a morte, mentre altre fonti italiane indicano che fu pugnalata. Don Diego, temendo che la vendetta si abbattesse su di lui, si munì invano di una scorta: i tre assassini, con l'aiuto di tre zii, probabilmente anche per odio verso gli spagnoli, gli tesero però l'agguato mortale. L'assassinio di don Diego de Sandoval provocò, all'epoca, reazioni di deplorazione molto più ampie che non l'uccisione di Isabella. Nel codice d'onore del XVI secolo, era infatti ammissibile lavare col sangue il disonore arrecato alla famiglia da uno dei suoi membri, specie se donna. Ciò che non era ammissibile era il coinvolgimento di persone terze nella risoluzione di un contenzioso, mediante duello e uccisione, a tradimento, di un superiore in rango. Per questi motivi, i tre fratelli furono costretti a fuggire in Francia, dove raggiunsero Scipione e il padre che mancava da venti anni da casa. Fonti coeve sostengono che il padre, Giovanni Michele, fosse deceduto prima di Isabella, ma Benedetto Croce ha dimostrato che non era così. Di Fabio non si hanno notizie certe dopo il suo arrivo in Francia; Decio si fece prete e Cesare sposò una nobildonna francese. Marcantonio non risulta essere tra gli ideatori del delitto; ciononostante, fu imprigionato per alcuni mesi e in seguito rilasciato. Camillo, l'ultimogenito, fu invece completamente assolto dall'accusa di complicità nel delitto. Isabella trascorse la maggior parte della sua breve esistenza nel Castello di Valsinni, in Basilicata, dove eventi in commemorazione della sua vita e del suo lavoro poetico si svolgono durante tutto l'anno. Il castello di Valsinni, che fu sua dimora, risale all'incirca all'anno 1000; leggende locali vogliono il fantasma della poetessa infestare silenziosamente il sito. L'interesse attorno alla figura e all'opera di Isabella di Morra si è accresciuto nel corso dei quattro secoli e mezzo che ci separano dalla sua morte, nonostante il corpus (soltanto dieci sonetti e 3 canzoni) estremamente esiguo a noi pervenuto. Se fino al XIX secolo i meriti della sua opera poetica furono sufficienti a tramandarne la fama, per parte dell'Ottocento e per tutto il Novecento, la sua tragica biografia ha in larga parte oscurato la comprensione e il pieno apprezzamento dei suoi testi. Molte sono state, infatti, le letture della sua opera in chiave meramente femminista, specie in ambito americano senza che tenessero in sufficiente considerazione il retroterra culturale e storico dell'epoca. È generalmente assodato che i tredici testi giunti fino a noi fossero stati scoperti dagli ufficiali del Viceré, durante l'indagine che seguì l'uccisione di Don Diego de Sandoval, quando il Castello di Valsinni fu perquisito. Pochissimi anni dopo la morte di Isabella, qualche sua poesia apparve nel terzo libro di Ludovico Dolce, che raccoglieva le Rime di diversi illustri signori napoletani (Venezia, Giolito, 1552), e fu positivamente accolta dall'ambiente letterario italiano. Non ci furono notizie ufficiali inerenti alla sua vita fino a che Marcantonio (figlio del fratello minore Camillo), non pubblicò una storia della famiglia, nel 1629. Nei due secoli passati, la tragica esistenza di Isabella colpì a tal punto l'immaginazione dei critici tanto da oscurarne e travisarne la poetica, in parte a causa della natura strettamente personale e intima dei suoi versi, che ha incoraggiato l'indagine della sua arte in relazione con gli eventi della sua vita. La poetica di Isabella fu incoraggiata dalla corrente, in voga al tempo, del Petrarchismo, ma i suoi versi dispiegano, un'originalità inusitata ai poeti petrarchisti, e altre influenze includono Dante e i classici della letteratura italiana. Qualche critico cita Isabella come precorritrice delle tematiche esistenziali care a Leopardi, incluse la descrizione del natio borgo selvaggio e dell'invettiva alla crudel fortuna. La sua tragica storia è stata ripercorsa in Sexum Superando – Isabella Morra, film del 2005, diretto da Marta Bifano.


IL CANZONIERE

Solo nel 1559, esattamente tredici anni dopo la sua scomparsa, viene pubblicato per la prima volta il suo Canzoniere composto da dieci sonetti e tre canzoni. Ma le sue Rime, nel vero, assai belle, che prima si leggevano sparse in varie Raccolte, non furono tutte insieme impresse che con quelle di Veronica Gambara e di Lucrezia Marinella, in Napoli, per Antonio Bulison nel 1693. La produzione poetica di Isabella Morra a noi pervenuta sta tutta nel Canzoniere, breve quanto intenso e diverso da tutti gli altri contemporanei. Esso fu ritrovato secondo Benedetto Croce dalla polizia spagnola, tra le carte della giovane assassinata. L'interesse attorno alla figura e all'opera di Isabella di Morra si è accresciuto nel corso dei quattro secoli e mezzo che ci separano dalla sua morte, nonostante il corpus (soltanto tredici poesie) estremamente esiguo a noi pervenuto. Se fino al XIX secolo i meriti della sua opera poetica furono sufficienti a tramandarne la fama, per parte dell'Ottocento e per tutto il Novecento, la sua tragica biografia ha in larga parte oscurato la comprensione e il pieno apprezzamento dei suoi testi. È generalmente assodato che i tredici testi giunti fino a noi fossero stati scoperti dagli ufficiali del Viceré, durante l'indagine che seguì l'uccisione di Don Diego de Sandoval, quando il Castello di Valsinni fu perquisito. Pochissimi anni dopo la morte di Isabella, qualche sua poesia apparve nel terzo libro di Ludovico Dolce, che raccoglieva le Rime di diversi illustri signori napoletani (Venezia, Giolito, 1552), e fu positivamente accolta dall'ambiente letterario italiano. Non ci furono notizie ufficiali inerenti alla sua vita fino a che Marcantonio (figlio del fratello minore Camillo), non pubblicò una storia della famiglia, nel 1629. Fu durante le indagini e le perquisizioni che fu trovato il breve canzoniere di Isabella Morra, acquisito agli atti del processo che fu celebrato a Napoli. Da esso, però, non si poté ricavare nulla, tranne una situazione di infelice solitudine e disperazione, strettamente collegata alla particolare condizione in cui la giovane vittima conduceva la sua esistenza. Il canzoniere, cioè, non apportò alcun contributo alla verità processuale nè fece chiarezza sui moventi del delitto consumato dai fratelli Morra e sulla presunta relazione tra Isabella e Diego; al contrario, non vi è alcun riferimento a detta relazione ma, in esso veniva a luce un'anima particolarmente delicata e tormentata. Dalla sua lettura, si potè solo annoverare un autentica poetessa nel panorama letterario italiano. Il caso, peraltro, si prestava e si presta ad una considerazione singolare: è interessante e per certi versi sorprendente, siamo nel '500 che, potesse esserci, anche nella remota Lucania del tempo, una donna che coltivasse le lettere e la poesia e che cantasse in maniera così struggente la pena della propria esistenza di cui aveva piena coscienza. La singolarità e la straordinarietà della poesia di Isabella Morra appare in tutta evidenza se si considera la distanza geografica e culturale che separava la giovane dalle correnti letterarie del suo tempo, ed è anche la ragione della diversità della sua lirica rispetto a quella del tempo. Isabella viveva prigioniera di un mondo ad ella estraneo ed avverso tra i monti a ridosso del Pollino. Passava le sue giornate tra le letture e le passeggiate lungo la riva del fiume Sinni o sulle vette più alte della zona a cercare di vedere il mare da cui sperava che arrivasse qualcuno che la sottraesse a quel mondo a lei così ostile. La poesia di Isabella Morra, perciò, è soprattutto il canto della solitudine e della emarginazione. La disperazione sublimata verso la ricerca di una evasione che il destino le avrebbe sempre negato. Non è difficile, leggendo la poesia di Isabella Morra, scorgere i segni di una particolare condizione esistenziale. Una donna, per certi versi rivoluzionaria, cosciente del suo stato e ribelle verso un mondo che per lei aveva già ritagliato un ruolo ed un posto che le erano estranei: chiusa nel suo palazzo nobiliare, guarda svolgersi la vita intorno a se in un modo e lei avulso; una poetessa senz'amore, che probabilmente l'amore non ha mai conosciuto, pur avendolo sempre sospirato e sognato. Perciò, Isabella nella sua breve e tormentata esistenza, sarà guidata da un'aspirazione ed un desiderio: evadere! lasciare il mondo che la imprigiona e che la deprime. Ed e' alla natura con i suoi monti, il mare, le valli, i fiumi, gli alberi, la luna e gli animali che essa si rivolge quasi a voler affidare il suo grido di dolore ed il suo desiderio di fuggire. Il canzoniere, secondo alcuni studiosi, potrebbe dividersi in due parti: la prima, definita terrena, testimonia la sua sofferenza, gli aneliti, i sogni, i desideri, le ansie e le angosce; la seconda, indicata come celeste, sembra essere segnata dalla rinuncia, dalla rassegnazione e da una sorta di sublimazione dello spirito. A segnare questo passaggio, che tuttavia non è definitivo, è l'ottavo sonetto nel quale l'autrice si rivolge al fiume Sinni perché sia testimone della sua fine che sente vicina, se mai il padre dovesse fare ritorno:

"Torbido Siri, del mio mal superbo, or ch'io sento da presso il fine amaro fa' tu noto il mio duol al padre caro, se mai qui 'l torna il suo destino acerbo".

Nella poesia successiva è facile notare uno stile più piano, pacato e quasi rassegnato:

"Poscia ch'al bel desir troncate hai l'ala che nel mio cuor sorgea, crudel fortuna, sì che d'ogni tuo ben vivo digiuna, dirò con questo stile umile e frale"

E ancora successivamente:

"Scrissi con stile amaro, aspro e dolente un tempo, come sai, contro Fortuna..."

E proprio il riferimento forte alla fortuna apre il canzoniere, con stile non certamente "umile e frale", insieme con l'idea della solitudine e della natura selvaggia del luogo che l'ha vista nascere e dal quale non può fuggire:

"I fieri assalti di crudel Fortuna scrivo, piangendo la mia verde etade, me che 'n sì vili ed orride contrade, spendo il mio tempo senza lode alcuna".

Proprio la mancanza di lode, la certezza di essere sola senza possibilità alcuna di riferimenti, il senso del tempo e della fanciullezza che passano inutilmente, alimentarono il bisogno di amore inappagato e quindi lo sconsolato e struggente desiderio del padre come il solo capace di toglierla da quella assurda condizione.

E perciò scriveva:

"D'un alto monte onde si scorge il mare miro sovente io, tua figlia Isabella, s'alcun legno spalmato in quello appare, che di te, padre, a me doni novella".

E questo desiderio acuto ed autentico tornò più volte nelle sue poesie dove è sempre presente, nelle forme più diverse, la malinconia determinata dalla solitudine che non ammette soluzioni né lascia aperta la possibilità di una via di sbocco ma, dopo essere stata viva e pungente, si va facendo rassegnata come se la poetessa cedesse al proprio destino e alla sua ineludibilità.

Ancora il padre e la sua assenza sono presenti nella nona canzone:

"Quella che è detta la fiorita etade/ secca ed oscura, solitaria ed erma/ tutta ho passato qui cieca ed inferma,/senza saper mai pregio di beltade".

"Tu, crudel, de l'infanzia in quei pochi anni del caro genitor mi festi priva"

La lontananza del padre, la mancanza della conseguente sua disponibilità, l'assenza del fratello Scipione, suo coetaneo ed unico tra i fratelli sufficientemente istruito e sensibile, rese la sua solitudine a tratti devastante ed insopportabile ed è evidenziata attraverso la descrizione dei luoghi e delle cose. Straordinario il riferimento nel settimo sonetto:

"Ecco ch'un'altra volta o valle inferna, o fiume alpestre, o ruinati sassi, o spirti ignudi di virtute e cassi, udrete il pianto e la mia doglia eterna"

L'ambiente è descritto a tinte fosche: "valle inferna", "fiume alpestre" ruinati sassi", "doglia eterna". Altrove scriverà: "vili ed orride contrade", "fere", "selve incolte", solitarie grotte", "caverne", "torbido Siri".

E se l'ambiente appare di per sé carico di significati sinistri, a renderlo ancora più squallido e quasi ributtante, è la presenza di "gente irrazionale", priva di ingegno", aspro costume", e soprattutto "ignorante".

Questo quadro raggelante rese ancora più tragico il senso della solitudine e dovette predisporre alla resa e al presagio di quello che sarebbe accaduto sicché il richiamo alla morte e il rifugio tra le ali del perdono dell'amore divino sembra conseguenziale.

In situazione siffatta il sogno della fanciulla di vedere arrivare dal mare il padre e il fratello o soltanto di averne notizie si presenta dolcissimo, quanto improbabile se non impossibile, e le parole si adeguano magicamente:

"D'un alto monte onde si scorge il mare miro sovente io, tua figlia Isabella, s'alcun legno spalmato in quello appare, che di te, padre, a me doni novella"

Pure ella sentiva che la sua era illusione, di cui non poteva fare a meno per dare un senso alla sua esistenza, destinata a cadere come dichiara nel sonetto a Luigi Alamanni, nel quale lamenta la sua condizione e si augura che almeno le sue spoglie possano riposare in "saldi marmi":

"e, col favor de le sacrate Dive, se non col corpo, almen con l'alma sciolta, essere in pregio a più felici rive. Questa spoglia, dove or mi trovo involta, forse tale alto re nel mondo vive, che 'n saldi marmi la terrà sepolta"

Subentrò così una sorta di consapevolezza che le impediva quasi di scagliarsi contro la Fortuna e la tempesta dei sentimenti sembrò placarsi, mentre la poesia rimase àncora di salvezza, rifugio, rivincita contro le angustie dell'esistenza e momento liberatorio.

Così i luoghi diventarono meno odiati, anche se sempre insopportabili, e il silenzio circostante generò nella poetessa il richiamo ad altri spiriti del passato sottoposti alle sue stesse durezze. Il passaggio alla religione e l'abbraccio della stessa sembrano naturali con senso del pentimento del "cieco error" e delle vanità delle cose terrene in contrasto con la bellezza divina.

A parte la dichiarazione spontanea e forse sincera di Isabella le cose non stanno proprio così: ella non ha conosciuto i piaceri della vita; la sua bellezza è passata invano; il suo essere donna non ha avuto modo di realizzarsi e quindi il suo "cieco error" non si riesce ad individuare se non nell'accettazione obbligata della sua condizione dei donna confinata.

Siamo alla sublimazione che la spinse ad offrirsi a Dio donandogli la sua sofferenza sicché la religione finì per diventare una forma di affrancamento delle proprie frustrazioni.

Non si può non concordare, tanto più che tutta la seconda parte del Canzoniere è ricca di riferimento, ora accorati, ora più distaccati ma sempre sinceri, a Dio definito "bel tesoro eterno", "re del Cielo", essere "supremo cogli occhi pieni di salute" "bocca divina di perle e di rubini"e non mancano riferimenti alle altre parti del corpo come le guance, le ciglia, la fronte.

C'è una partecipazione intensa, penetrante, quasi fisica, al punto da indurla, a mo' di giustificazione, a definire "folle" la sua canzone. Il suo amore raggiunse punte di vera e propria esasperazione e poi lentamente sembrò placarsi e lasciò subentrare una certa serenità che si può cogliere nel linguaggio.

Nella XIII canzone, che è l'ultimo componimento poetico del canzoniere, ella scrive:

"Or, rivolta la mente a la Reina del ciel, con vera altissima umiltade, per le solinghe strade senza intrico mortale l'alma camina già verso il suo riposo, ch'ad altra parte il pensier non inchina, fuggendo il triste secol sì noioso, lieta e contenta in questo bosco ombroso".

I legami terreni appaiono come forzatamente sopiti nella forza nuova della tragica rassegnazione e affiorano appena, a tratti, dal profondo dell'intimo rivelandosi leggibili come attraverso tratti soprasegmentali e costituendo, per il lettore attento, motivo di avvicinamento e di tenerezza profonda.

Isabella Morra è figlia, sfortunata fin che si vuole, del suo tempo e basterebbe, allo scopo considerare una sola variabile particolare come il concetto di Fortuna con le relative attribuzioni specifiche.

Il termine Fortuna lo ritroviamo, quasi come una costante, nelle sue poesie:

nel primo sonetto: "I fieri assalti di crudel Fortuna"; nel terzo: "contra Fortuna allor spargo querela"; nel sesto due volte: "Fortuna che sollevi in alto stato" e "che tu Fortuna avendo in nome nostra"; nel settimo: "Che Fortuna che mai salda non stassi"; nell'ottavo: "l'aspra Fortuna e lo mio fato avaro"; nella canzone nona: "Che nel mio cor sorgere crudel Fortuna"; "seguitata mai sempre empia fortuna"; "Ahi,ahi, Fortuna, e perché far nol dei?"; nel decimo sonetto: "Ma Fortuna al timor mostra il sentiero"; Nell'undicesimo: "un tempo, come sai, contra Fortuna".

E se Isabella Morra è debitrice per i richiami a Petrarca (basterebbe allo scopo mettere a confronto il sonetto "Solo e pensoso" del grande maestro con "Ecco ch'un'altra volta o valle inferna" dell'alunna), il grandissimo Leopardi, secondo non pochi critici, deve qualche cosa alla Morra.

Intanto appare evidente una strana serie di coincidenze tra i due poeti; coincidenze che rendono possibile, suggestivo, significativo l'accostamento non in riferimento ai risultati poetici, ma piuttosto in relazione alla loro esistenza e non solo.

Entrambi sono nobili di nascita e soffrono la solitudine ed il rimpianto della fanciullezza - giovinezza che passa inutilmente; entrambi hanno un monte di riferimento, isolato e silenzioso e che consente di guardare il mare, dà il senso dell'infinito, accoglie intorno a sé, sogni, speranze, vaghezze, illusioni (riferendosi al monte Coppola e al Tabor); entrambi sono relegati in due paesini isolati e tagliati fuori dalla civiltà.

Inoltre si trovano in Leopardi riferimenti, costrutti e termini che richiamano la poetessa lucana e che inducono a pensare che egli fosse a conoscenza del Canzoniere della stessa.

Solo per esemplificare possiamo dire che l'espressione "Quella che è detta la fiorita etade" trova riscontro in certi versi del "Passero solitario". E ancora se Isabella scrive "fra questi dumi/fra questi aspri costumi/ di gente irrazionale, priva d'ingegno/... senza sostegno/sono costretta a menar il viver mio", Leopardi sembra farle eco: "Né mi diceva il cor che l'età verde/ sarei dannato a consumar in questo/natio loco selvaggio, intra gente/ zotica, vil..."

Infine va detto che sebbene il canzoniere sia assai breve (solo tredici componimenti) molti sono gli aggettivi ricorrenti e particolarmente quelli che in qualche modo richiamano e sottolineano la sua assurda esistenza e il senso oscuro della stessa. A scopo puramente indicativo:" Crudel, vili, orride, importuna, adversa, dispietata, tristo, deserto, infelice, denigrato, irato, acerba, cruda, basso, gravi, depresso, afflitto, sconsolato, vinto, prostrato, rozzo, orrendo, inferma, ruinati, incolta, solitario, miserando, torbido, amaro, acerbo, avaro, sassosa, fiera, empia, secca, oscura, strano, solitario, inique, estrema, dolente, predatrice, erto, angusto" ecc.

Pur coi limiti propri e con le difficoltà di analisi derivanti dalla scarsità di informazione e documentazione e pur con le restrizioni derivanti dall'imitazione al Petrarca, troppo evidente, la poesia della Morra riesce a realizzarsi come autonoma, sentita, sofferta, a tratti dolorosa e rassegnata, originale, almeno in parte, capace di varcare i confini angusti della suggestione biografica, per apparire pulita, quasi cristallina, in un momento storico-politico-sociale difficile da decifrare, particolare, confuso, contraddittorio.


POESIE

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1) - Torbido Siri, del mio mal superbo, or ch'io sento da presso il fin amaro, fà tu noto il mio duolo al Padre caro, se mai qui 'l torna il suo destino acerbo. Dilli come, morendo, disacerbo l'aspra Fortuna e lo mio fato avaro, e, con esempio miserando e raro, nome infelice a le tue onde serbo. Tosto ch'ei giunga a la sassosa riva (a che pensar m'adduci, o fiera stella, come d'ogni mio ben son cassa e priva!), inqueta l'onde con crudel procella, e di':- Me accreber sì, mentre fu viva, non gli occhi no, ma i fiumi d'Isabella.

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2) -Sopra la rocca c'è Isabella, anima mia, Consuma gli occhi e guarda il mare Messa in prigione dai fratelli, bella mia Chi vuol venirla a liberare? D'un alto monte onde si vede il mare miro sovente io, tua figlia Isabella s'alcun legno spalmato in quello appare che di te, padre, a me doni novella. Gioca alla morra le sue carte, anima mia e pugno, e pietra e una carrozza, e tuo fratello sulla soglia, bella mia è lui la forbice che sgozza. Ma la mia incerta e dispietata stella non vuol ch'alcun conforto possa entrare, nel tristo cor, che di pietate è nulla la calda speme in pianto fa mutare. Sopra la rocca il vento vola, anima mia il mare frange nella gola, la vita aspetta sola sola, bella mia, che poi si chiuda la tagliola. Ma non veggo nel mar remo né vela, così deserto è lo infelice lito che il mare solchi o che lo solchi il vento io non veggo nel mar remo né vela. Contro fortuna allor spargo querela e tengo in odio il denigrato sito come sola cagion del mio tormento, contro fortuna allor sporgo querela. Sopra la rocca c'è Isabella, anima mia, ha chiuso gli occhi e vede il mare. Messa in prigione su una stella, bella mia, chi vuol venirla a liberare?

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3) - D'un alto monte onde si scorge il mare miro sovente io, tua figlia Isabella, s'alcun legno spalmato in quello appare, che di te, padre, a me doni novella. Ma la mia adversa e dispietata stella non vuol ch'alcun conforto possa entrare nel tristo cor, ma, di pietà rubella, la calda speme in pianto fa mutare. Ch'io non veggo nel mar remo né vela (così deserto è l'infelice lito) che l'onde fenda o che la gonfi il vento. Contra Fortuna alor spargo querela, ed ho in odio il denigrato sito, come sola cagion del mio tormento.

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4) - Ecco ch'un'altra volta, o valle inferna, o fiume alpestre, o ruinati sassi, o ignudi spirti di virtute e cassi, udrete il pianto e la mia doglia eterna. Ogni monte udirammi, ogni caverna, ovunq'io arresti, ovunqu'io mova i passi; chè Fortuna, che mai salda non stassi, cresce ogn'or il mio male, ogn'or l'eterna. Deh, mentre chì'io mi lagno e giorno e notte, o fere. o sassi, o orride ruine, o selve incolte, o solitarie grotte, ulule, e voi del mal nostro indovine, piangete meco a voci alte interrotte il mio più d'altro miserando fine.

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5) - Poscia che al bel desir troncate hai l’ale, Che nel mio cor sorgea, crudel Fortuna, Si che d’ogni tuo ben vivo digiuna, Dirò, con questo stil ruvido e frale, Alcuna parte de 1’ interno male, Causato sol da te, fra questi dumi, Fra questi aspri costumi Di gente irrazional, priva d’ ingegno, Ove, senza sostegno, Son costretta a menare il viver mio, Qui posta da ciascuno in cieco oblio. (Canzone olio Fortuna)

Isabella spera lungamente che il padre o il fratello Scipione la richiamassero in Francia, presso di loro, ma invano, il padre era morto, e il giovane fratello, innalzato, dopo la morte di Francesco I, al grado di segretario di Caterina de’ Medici, tra il fasto e gli onori della corte francese, aveva dimenticato la sorella, che intristiva lontano sull’alpestre rupe di Favale, maledicente. A 25 anni, la nostra poetessa si volge a rimirare la vita passata, e vedendo sfiorire inutilmente la sua bellezza, canta con voce disperata.

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6) - Quella ch’è detta la fiorita etade, Secca ed oscura, solitaria ed erma, Tutta ho passata qui, cieca ed inferma, Senza saper mai pregio di beltade E spenta l’hai in altrui, che potea sciorre E in altra parte porre Dal carcer duro, il ve1 de l’alrna stanca, Che, come neve bianca Dal sol, cosi da te si strugge ogni ora, E struggerassi, infin che qui dimora.

Stanca di dolore, coll’animo sazio di lacrime, perduta ogni speranza di mutare e legare il suo destino all’amore, trova conforto nella fede e, ispirandosi come una Santa, esce di casa ed erra per le foreste, cercando nella bellezza della natura l’espressione di Dio.

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7) - Quel che gli giorni a dietro Noiava questa mia gravosa salma, Di star tra queste selve erme ed oscure, Or so! diletta Palma Che da Dio, sua merce, tal grazia impetro, Che scorger ben mi fa le vie secure Di gire a lui fuor delle inique cure.

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La sognatrice, poesia di Isabella Morra

8) - Parli con le stelle./ Parli con la luna./ Parli con le agitate acque dell’imponente fiume. / Agitate come il tuo animo fine e gentile/ tra rovi pungenti e soffocanti/e anime tetre/ dure e rudi…/ Il Sogno è luce d’immaginazione/ Il Sogno è dipinto di realtà virtuale/ di bellezza e di colori./ Il Sogno per condurre lontano:/ Il Sogno per condurre ovunque./ Chi può ascoltarti?/Voce dolente dell’anima/ viagga in giardini incantati./ Scrivi…scrivi…scrivi…/Parlaci coi versi…parlaci con le rime…/scrivi la realtà, sogna la speranza, sogna l’illusione…/sapremo capire…/ al di là dei secoli/e trasformare il dolore in sorriso./ Il sorriso di una triste fanciulla sognatrice. /Parla con le stella/ parla con la luna/ parla.

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Incalzata dalla morte, scrisse gli ultimi due sonetti, che sono supremo grido disperato del suo spirito, l’ultimo canto dell’usignuolo innanzi alla notte senza via.

Ecco che un’altra volta, o valle inferna o fiume alpestre, o sassi, o ignudi spirti di virtude e Udrete d pianto e la mia doglia eterna. Ogni monte udirammi, ogni caverna, ovunque io resti, ovunque io mova i passi chè fortuna che mai salda non stassi cresce ognor il mio mal, ognor l’eterna.

E’ nella poesia che Isabella Morra trova l’unica via d’uscita all’isolamento. E’ nella sofferenza che ella vive un’esperienza vera che trabocca nei suoi versi. Al centro delle sue rime vi è sempre l’amore, sentimento spesso accompagnato dal suo lamento interiore, relegata tra le mura di un Castello che la costringe alla solitudine «fra questi aspri costumi di gente irrazional, priva d’ingegno».


BENEDETTO CROCE

Dopo un lungo silenzio, protrattosi dal 1559 fino all' Ottocento, fu riscoperta da Angelo De Gubernatis nel 1901, con una conferenza tenuta nel Circolo Filologico di Bologna, poi pubblicata nel 1907. Ma doveva toccare a Benedetto Croce occuparsene approfonditamente in un lungo saggio, che fu preparato da un viaggio-pellegrinaggio fino a Valsinni, tra il 23 e il 25 novembre 1928, nella speranza di trovar tracce della di lei vita e opera. Non fu trovato nulla, tranne l'aura entro cui si svolse una poesia, che, nata dall'isolamento geografico, diventava il canto della solitudine, secondo immagini e ritmi e sospiri che sarebbero stati, poi, di Giacomo Leopardi. Anche Isabella Morra, infatti, sognò la fuga e la libertà dal suo "denigrato sito", ove era costretta a "menar" la sua vita e che considerava "sola cagion del suo tormento". E anche per lei l'unica forma di evasione fu la poesia, intesa come canto. …Ed io ho voluto recarmi nei luoghi nei quali fu vissuta questa breve vita e cantata questa dolorosa poesia; in quell’estremo lembo della Basilicata, di cui ci ha parlato il Lemormant, tra il basso Sinni e il confine calabrese, tra la riva del mar Jonio, dove verdeggia la foresta di Policoro, e il corso del Sarmento, che versa le sue acque in quel fiume: un pezzo della Magna Grecia e della regione detta la Siritide… …ero tratto, come suole, dal desiderio di un più sensibile ravvicinamento ai casi del lontano passato per mezzo delle cose che vi assistettero muti testimoni, e che non sono, o assai poco, cangiate nell’aspetto, e sembrano svegliarne o prometterne la più vivace evocazione. (B. Croce)

Così Croce descrive il borgo lucano: «Il piccolo abitato è aggrappato e come conficcato nelle falde del ripido colle, che il castello sovrasta: il castello, anch’esso scosceso per tre lati e inaccessibile […] Dal lato verso borea, che è quello dell’ingresso, si vede dai suoi spaldi svolgersi a valle in lungo nastro il Sinni, che ha qui il suo corso più stretto, e qui si gonfia torbido e impetuoso, e il suo mormorio accompagna l’unica vista dei monti tra i quali è rinserrato, tutti nereggianti di elci e di querce. Quella vista aveva davanti agli occhi immutabile, quel mormorio udiva incessante la giovane Isabella […]».


VALSINNI



La poetessa nacque a Favale, l'odierna Valsinni (Mt) piccolo comune di 2000 abitanti sito sui fiume Sinni, nel circondano di Lagonegro, a pochi chilometri dallo Jonio. In Basilicata, in un'epoca in cui l'Italia, soprattutto quella meridionale, era percorsa in lungo e in largo da Francesi e Spagnoli: si tratta di un'epoca di incertezze e precarietà, di cattiverie e malvagità. Cara alle Muse, Isabella fu incompresa e visse infelice nel Castello di Favale, che sorgeva in luogo alpestre. Oggi il Castello di Valsinni e' monumento nazionale. Isabella trascorse la maggior parte della sua breve esistenza nel Castello di Valsinni, in Basilicata, dove eventi in commemorazione della sua vita e lavoro si svolgono durante tutto l'anno. Il castello di Valsinni, che fu sua dimora, risale all'incirca all'anno 1000; leggende locali vogliono il fantasma della poetessa infestare silenziosamente il sito. Il suo pensiero corre a Parigi esilio dorato del padre, o verso un eventuale matrimonio o chiunque possa soddisfare il suo bisogno di andare lontano; e quando ciò le appare impossibile, plasma la sua disperazione nell'arte. Il canto della disperazione e di una condizione di sottomissione e prevaricazione della propria dignità "come sola cagion del mio tormento..." Alcune notizie su Valsinni oggi: la graziosa cittadina si raggiunge agevolmente percorrendo la strada statale "sinnica" che collega Salerno a Taranto. Il castello dei Morra domina il borgo essendo stato costruito su uno sperone di roccia che si eleva nel contesto, quasi a voler consentire ad Isabella di proiettarsi fuori da quel luogo a lei così inviso. Il borgo medievale è costituito da case in pietra e vicoli che si snodano ai piedi del castello. Dell'illustre concittadina a Valsinni si raccontano tante leggende: il fantasma di Isabella si aggirerebbe incappucciato nelle notti uggiose tra il castello ed i vicoli del borgo antico; la sventurata busserebbe ad ogni uscio gridando "sono innocente". Nella notte dell'11 febbraio il fiume Sinni (Siri per Isabella) regolarmente straripa perchè le sue acque si gonfiano delle lacrime di Isabella. All'ingresso del paese vi è una statua della poetessa collocata in un parco pubblico. In estate figuranti in costume rievocano le vicende di Isabella e per le vie del paese vengono allestiti degli stand con degustazione di prodotti e piatti tipici di Valsinni. Per chi capita in inverno è possibile gustare nei ristoranti del posto un pranzo tipico con antipasti a base di salumi e conserve, primi piatti costituiti da pasta condita con sugo ai funghi e pancetta oppure con sugo di carne, mollica di pane e formaggio locale. I secondi sono costituiti da carne arrosto (agnello, capretto, salsiccie) Le visite guidate al castello sono organizzate dalla locale pro-loco con guide in costume. Ad Isabella Morra è intitolata una delle scuole superiori di Matera. A lei e alla sua poesia è oggi dedicato un Parco letterario. La sua figura e la sua produzione rivivono in un emozionante itinerario artistico allestito nel suo paese natio. Per mantenere in vita la sua memoria è stato istituito, già da diversi anni, un premio letterario che porta il suo nome.


Video: Isabella Morra

Video: Isabella Morra - I fieri assalti di crudel fortuna... (letta da Dino Becagli)