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La Lucania

Giambattista Pentasuglia

Giambattista Pentasuglia, e' stato l’unico lucano a prendere parte nel 1860, sin dal principio, alla spedizione dei Mille con Giuseppe Garibaldi.

Giovanni Battista Pentasuglia, noto come Giambattista (Matera, 3 novembre 1821 – Matera, 4 novembre 1880), è stato un patriota e politico italiano. Noto per essere stato l’unico lucano a prendere parte, sin dal principio, alla spedizione dei Mille, partecipò anche alle Guerre d'indipendenza e svolse importanti incarichi nel campo della nascente telegrafia. Nato da Giuseppe e Concetta Buonsanti, crebbe in una nobile famiglia che volle indirizzarlo alla vita ecclesiastica. In giovane età fu seminarista a Matera ed ebbe un ruolo di rilievo nella massoneria. Fu "Maestro Venerando" della Loggia di Matera sotto il Grande Oriente d'Italia (trent'anni dopo la sua morte la Loggia fu intitolata a suo nome). Abbandonati i desideri dei genitori a favore degli ideali risorgimentali, nel 1848, a 27 si arruolò a Napoli per la spedizione contro l’Austria. Rimasto ferito a Vicenza nella battaglia di Treviso, fu nominato ufficiale per merito di guerra. Impossibilitato, per motivi politici, a tornare nella terra natia, visse a Torino.

Quando poi il re Ferdinando ritirò la Costituzione e ritirò l’esercito dalla guerra al fianco di Carlo Alberto, come tanti altri, Pentasuglia non fece ritorno a Napoli, ma si diresse a Torino, dove ritrovò molti suoi amici napoletani. Fra gli altri, a Torino si erano rifugiati Francesco De Sanctis, De Meis, Vincenzo D’Errico, di Palazzo San Gervasio, e Bertrando Spaventa. A Torino c’erano anche Berchet e Gioberti. Pentasuglia, che fino ad allora era stato giobertiano, anche perché prete, insieme a Gioberti abbandonò l’idea federalista di un’Italia sotto la reggenza del papa e sposò la causa e soluzione piemontese. Probabilmente fu in questa fase che egli abbandonò l’abito talare ed entrò in rotta di collisione con la Chiesa. Finì con l’aderire ad un pensiero filosofico, che puntava tutto sul progresso scientifico. Del resto, erano, quelli, anni di grandi scoperte. Basti pensare alla macchina a vapore, alla pila di Volta, a Galvani, a Lagrange e alla telegrafia elettrica. Pentasuglia riconosce che nella natura opera una energia ”vitale” che si traduce in elettricità, magnetismo, e in tutta la vita che alimenta l’esistenza della terra e dell’universo. Nel 1850, arruolatosi nel genio militare piemontese fu istruttore degli allievi telegrafisti e poi incaricato di redigere un manuale di telegrafia e di ispezionare gli uffici telegrafici. Nel contempo compiva studi ed esperimenti nel campo che gli valsero la laurea di Dottore in Fisica. La scienza non avrebbe una portata rivoluzionaria se non fosse comunicata e partecipata. Di qui l’importanza dei telegrafi, delle ferrovie e, in genere, di tutti più rapidi mezzi di comunicazione che, diffondendo per l’Europa le nuove idee di libertà, uguaglianza e indipendenza, determinarono, nel 1848, a dirla col Pentasuglia, un “maestoso incendio” rivoluzionario. Pentasuglia, insomma, era un personaggio scomodo per le dittature, ma anche per la Chiesa temporale. Proprio nel periodo del suo esilio a Torino (1848-1860), peraltro, fu in contatto con la più elevata ed esule cultura meridionale (Francesco De Sanctis, Camillo de Meis, Vicenzo D’Errico, Bertrando Spaventa…). Avvicinatosi all’hegelismo napoletano approdò ad una filosofia che aveva già precorrimenti positivi. Pentasuglia ripose infatti grande fiducia nella scienza, portatrice di progresso e democrazia. In particolare, con largo anticipo sui tempi attribuì gran valore alla comunicazione e, quindi alla nuova invenzione del telegrafo, che lo vide artefice, fra l’altro, dei collegamenti tra la Sicilia e la Sardegna, l’Italia e la Turchia. “E’ bello il vedere –scriveva nel 1863- Milano, Torino, Genova, Firenze, Napoli, Messina, Palermo e Cagliari in corrispondenza ora con Marsiglia, ora con Parigi e, molte volte, specialmente Torino con Londra, Vienna, Strasburgo, Lisbona, Madrid, Costantinopoli, Alessandria D’Egitto”. Insomma Pentasuglia era uomo che credeva in un mondo unito e non poteva esimersi dalla lotta per l’unità d’Italia, che lo vide combattente nel biennio 1848-49, nel 1859, nel 1860 e nel 1886.

Durante la seconda Guerra d'Indipendenza, fu assegnato al quartier generale di Napoleone III, con la mansione di sovrintendenza ai servizi telegrafici. Nel 1860 parti' con Giuseppe Garibaldi da Quarto, imbarcatosi volontario segui' la spedizione fino al Volturno. Allo sbarco di Marsala occupò il locale ufficio telegrafico (che stava trasmettendo a Palermo l'allarme per l'avvistamento dei piroscafi piemontesi) e telegrafò invece la falsa notizia che si trattava di imbarcazioni mercantili e che tutto era nella normalità, così l'esercito borbonico venne colto di sorpresa.

«Garibaldi aveva dato ordine a Crispi, a Castiglia, ad Andrea Rossi e a Pentasuglia di prender terra immediatamente, sia per disporre quanto occorreva allo sbarco, sia per impossessarsi del telegrafo elettrico, del municipio, delle carceri e della tesoreria."

Pentasuglia corse al telegrafo, e puntando un revolver sul petto dell'impiegato, s'impossessò della macchina. L'impiegato aveva già trasmessa a Palermo la notizia dello sbarco, con quei particolari che poté procurarsi. Il telegrafo elettrico era in diretta comunicazione col luogotenente, anzi la macchina dell'ufficio di Palermo stava proprio nel gabinetto del Galletti, il quale aveva alla sua immediazione un telegrafista di fiducia, chiamato De Palma, tuttora vivo. Furono chieste da Palermo maggiori notizie, e soprattutto se la città era tranquilla, al che il Pentasuglia rispose: Tranquillissima: i due vapori arrivati sono vapori nostri. La, contraddizione lampante con le prime notizie e l'osservazione fatta al Galletti dal De Palma, che era cambiata la mano del telegrafista, persuasero il primo che lo sbarco di Garibaldi era avvenuto e il telegrafo già passato in mano di lui». Da R. DE CESARE, La fine di un regno (Napoli e Sicilia), Città di Castello, Lapi Tipografo-Editore, 1900, parte II, p. 208.

Quando, dopo la campagna, al Pentasuglia venne conferita l'onorificenza dell'Ordine Militare di Savoia, fu elogiato da Garibaldi. Nel 1864 scioltisi i battaglioni Garibaldi gli scriveva:

« Colonnello Pentasuglia, io vi devo una sentita parola di lode e di gratitudine per il magnifico servizio prestato al corpo dei volontari da voi diretto. Non credo sia possibile disimpegnare con più ardore e coraggio al difficile compito. »

A seguito dell'Unità d'Italia, fu nominato ispettore generale ai telegrafi ed eletto deputato (1861), in seguito fu fatto senatore del regno. Ideò e pose in opera il cavo telegrafico sottomarino tra Sicilia e Sardegna e sullo stretto di Messina. Partecipò anche alla terza guerra d'indipendenza e, una volta terminata, fece ritorno alla sua natia Matera, lavorando come ispettore capo dei telegrafi e passandovi il resto della sua vita.Vi tornò nel luglio del 1879, all’età di 58 anni; ma sopravvisse solo pochi mesi, perché vi moriva il 4 novembre dell’anno successivo, nel 1880. La città lo premiò con una medaglia d'oro per le sue gesta patriottiche e intitolando col suo nome strade, scuole, piazze. Ebbe un importante ruolo anche in Massoneria, dove fu Maestro Venerando della Loggia di Matera all'obbedienza di palazzo Giustiniani; a trent'anni dalla sua morte la Loggia fu intitolata a suo nome.

Fu il Conte Gianbattista, che diede inizio alla collezione di Armi Antiche, accumulate durante le Guerre a cui partecipava.

Il 1911, ricorrendo il primo cinquantesimo dell’Unità d’Italia, il Comune di Matera provvedeva a dedicare al Pentasuglia un lapide. L’incarico di scrivere l’epigrafe fu affidato a Giustino Fortunato. La lapide, murata sulla facciata del Liceo Ginnasio “Duni”, oggi Palazzo Lanfranchi è stata però trasferita da qualche mese all’interno del palazzo in prossimità della porta d’ingresso, sulla parete destra. La lapide recita così: “ A Giovanni Battista Pentasuglia, nato il 3 novembre 1821 da Giuseppe e Concetta Buonsanti, morto il 4 novenbre 1880, Ispettore Generale dei Telegrafi. Per lui la Basilicata è orgogliosa dell’aver dato uno dei suoi figli,all’epica schiera de’ Mille, e tale, che con pubbliche e private virtù, crebbe di continuo onore a sé e alla provincia nativa. Il Municipio di Matera, nel cinquantenario dell’Unità Nazionale, a perenne memoria ed esempio dell’illustre cittadino”.

Il 17 marzo 2011, in occasione delle celebrazioni per il 150º anniversario dell'Unità d'Italia, è stato inaugurato un busto in bronzo a lui dedicato nella Villa Comunale di Matera, opera dell'artista materano nonché suo pronipote Raffaele Pentasuglia. Proprio alle spalle dello spazio verde c’è una strada intitolata a Giambattista Pentasuglia. Ecco il testo della nuova lapide, posta sotto il busto in bronzo, che ricorda le sue gesta: “Accese lumi e speranze contro la coltre del buio che opprimeva i suoi tempi. Del suo nome fieri custodi sia a noi di esempio costante l’ardore per l’impavida azione e la limpida volontà di sapere.” L’autore è Pasquale Doria, giornalista materano della Gazzetta del Mezzogiorno.

Alla vita di Giambattista Pentasuglia è stato dedicato un film documentario di Michele Buono e Pasquale Doria dal titolo "Uno dei Mille - Giambattista Pentasuglia", presentato in occasione della cerimonia conclusiva dei festeggiamenti per i 150 anni dell'Unità d'Italia svoltasi a Matera il 31 marzo 2012.


ONORIFICENZE: Il Ten. Colonnello Gianbattista Pentasuglia fu insignito del titolo di Conte, fu fatto cavaliere di numerosi ordini tra cui Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria.
TITOLI: Conte(m.f), Barone(m.f), Signore d'Aragona(m.f), Patrizio Bizantino(m.f), Nobile di Valenzano(m.f), Nobile di Rutigliano(m.f), Nobile di Conversano(m.f), Nobile di Locorotondo(m.f), Nobile di Bitritto(m.f), Cav.Ered.(m.f)Trattam.di don e donna.
ARMA: Inquartato nel 1 e 4 d'oro a cinque losanghe nere poste 1,3,1; nel 2 e 3 d'azzurro al leone d'oro armato e linguato di rosso.
MOTTO: Per vim et honorem
PENSIERI, alcuni pensieri di Pentasuglia:
“La vita dei popoli e delle generazioni può dirsi con molta ragione una vera macchina, in cui lo Spirito universale è il motore”.
“La Umanità quindi e la Società, non appena che ricevono l’azione del motore, rivolgonsi alla scoperta de’ veri ideali e positivi”.
“L’idea della perfettibilità, così pure quella che ne deriva in conseguenza, l’idea dir voglio della associazione delle forze materiali e morali, l’unità in altri termini de’ popoli e il reciproco loro scambio di tutti i loro interessi, non è una idea acquisita, ma innata”.
“ La Natura e la Scienza sono due enormi scogli contro cui si frangono le onde e i burrascosi cavalloni che soglionsi sollevare dalla Signoria e dalla Prepotenza”.
“Quanto dunque vanno errati quelli che ancor rimangono superbi e despoti della terra, i quali persistono nella stolta credenza che colle baionette e le carceri, le espoliazioni e i patiboli, si possa fermare il movimento della gran macchina umanitaria vale a dire della vita”.
“Nei popoli di tutti i tempi fu vivo il desiderio di scambiarsi la parola da lontano per meglio intendersi e soccorrersi reciprocamente”.
“Lo avvicinamento delle razze, il libero scambio delle idee e degli interessi, il reciproco soccorso, l’amore e l’armonia di tanti tutti in un tutto solo sono altrettante forze componenti, la cui risultante si risolve nel miglioramento della vita pubblica e privata, nello incremento della civiltà”.
“Macchiavelli e… Galileo pervengono senza gravi difficoltà alla meta dei loro colossali lavori, allo scopo delle loro severe investigazioni? Tutto all’opposto. Eglino sono chiamati a sostenere la più accanita lotta che si apre fra la tristizia e l’oscurantismo di quei tempi, e la rivoluzione dei principi che smascherano la prima e combatte il secondo. L’esilio e la prigione, la tortura e la miseria sono il premio di entrambi [Ma essi], anzicché scoraggiarsi a fronte delle sevizie e dei martirii loro ingiunti, rimangono forti e imperterriti al loro posto, sentinelle avanzate del risorgimento d’Italia”.
“[Vada] un tenero saluto ed una lacrima di cuore alla memoria dei tanti nostri fratelli, sia caduti o tuttora soffrenti per la causa nazionale, sia finiti naturalmente col nome d’Italia nell’ultimo loro respiro, di quella Italia che amarono in vita più di loro stessi e per cui si consumarono innanzi tempo”.
“Viva L’Italia che [...] seppe civilizzare il mondo intiero. A questa madre di martiri ed eroi, a questo abitacolo del genio e culla delle scienze e delle arti doveva toccare la invidiata fortuna di detronizzare il dispotismo e la tirannia unificando i popoli e le nazioni non con la forza sì bene mercé uno dei più misteriosi ed energici agenti della Natura, contro cui ogni tentativo o sforzo di distruzione è come il nulla rispetto all’onnipotente”.
“Uniamoci … uniamoci sempre. [...] Finiscano le gare de’ partiti e de’ municipi, si voglia la stessa cosa, lo stesso scopo, e anziché lacerarsi con guerre intestine, miriamo bene a battere uniti e forti qualunque esso siasi nemico interno ed esterno, che cerchi per poco di minare le fondamenta del nostro libero regime e della nostra nazionalità”.



Video: Uno dei Mille: Giambattista Pentasuglia


Armi Garibaldine - Documentario sulle armi garibaldine girato da Daniele Goretti a Mentana