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La Lucania

  Michele Tedesco

“Michele Tedesco. Un pittore lucano nell’Italia unita”

 

La vicenda biografica di Michele Tedesco ha origine in una fase storica di grande fermento politico e sociale. Dal 1820 al 1861 il Regno delle Due Sicilie è pervaso da incessanti moti di ribellione in chiave democratica. La Basilicata, in particolare l’area interna compresa tra Corleto, Montemurro, Moliterno e Spinoso, fa registrare una intensa azione cospirativa. Alla scuola di Spinoso, una delle rare scuole pubbliche del tempo, di chiara impronta liberale secondo l’indirizzo del fondatore, il giurista Francesco Antonio Casale, si formarono molti di quei giovani che avrebbero animato, di lì a poco, la stagione risorgimentale, fra questi Giacinto Albini, Raffaele Bonari, Giacomo Racioppi e Michele Tedesco. “L’educando non è un vaso da riempire ma una coscienza da liberare”, sostenevano tanto Casale quanto l’Abate Antonio Racioppi, che in quella scuola di Spinoso teneva lezioni e a cui fu affidata la formazione dei nipoti Giacomo Racioppi e Michele Tedesco. L’Abate Racioppi è uomo erudito, traduttore di opere dal francese, latinista, appassionato di storia e statistica, pubblicista, studioso instancabile capace di coltivare contatti e relazioni con alcuni dei più importanti esponenti della cultura meridionale. Nel 1842, in partenza per Napoli, l’Abate porta con sé Giacomo e Michele offrendo loro la possibilità di coltivare i rispettivi interessi in ambito letterario e artistico. Nel 1848 partecipano ai moti rivoluzionari napoletani che invocavano a gran voce quelle riforme in chiave costituzionale che Ferdinando II di Borbone prima concesse e poi negò avviando una fase di dura repressione che costò la vita e il carcere a tanti giovani rivoluzionari. Fra questi, a perdere la vita fu lo scrittore venosino Luigi La Vista, a soli 22 anni, mentre Giacomo Racioppi e Michele Tedesco furono arrestati. Michele venne rilasciato per insufficienza di prove, aveva solo 14 anni, mentre Giacomo rimase in carcere prima a Napoli e poi, dopo alterne vicende giudiziarie, condotto al domicilio coatto in Moliterno, schedato come Attendibile pericoloso. Michele resta a Napoli con lo zio e si iscrive all’Accademia di Belle Arti, anche grazie al sussidio della Provincia di Basilicata. Sono anni di grande fermento culturale e artistico nella capitale del Regno, dove l’attività cospirativa non cessa nonostante il pressante controllo dei Borbone. Michele frequenta i pittori del vicolo San Mattia, nei quartieri spagnoli di Napoli, dove hanno sede gli studi di Andrea Cefaly e Filippo Palizzi. Sono artisti molto impegnati per il rinnovamento dell’arte ma anche per una evoluzione in chiave democratica e unitaria del paese. Molti di loro imbracciano il fucile e combattono al fianco di Garibaldi nella sua risalita da Sud con i Mille per unire l’Italia, come accadde nella battaglia del Volturno che, di fatto, segnò la sconfitta di Francesco II di Borbone (salito al trono il 22 maggio del 1859), destituito dopo l’assedio e la capitolazione di Gaeta del febbraio 1861. La proclamazione di Vittorio Emanuele II a Re d’Italia (marzo 1861) coincide con la partenza di Michele Tedesco per Firenze, al seguito della Guardia Nazionale, “la città che divenne il luogo di raccolta di una nuova generazione di intellettuali, che aveva fatto la scelta italiana e che proprio per tale motivo a Firenze riteneva di poter realizzare al meglio le proprie aspirazioni” 
 (saggio di A. De Francesco, L’Italia che nasce, 1861-1870).

Biografia di Michele Tedesco (Moliterno, 24 agosto 1834 - 3 febbraio del 1917)

Nasce il 24 agosto 1834 a Moliterno, provincia di Potenza, in Basilicata. Giovanissimo rivela la sua attitudine per il disegno. Trascorre i primi anni della formazione a Spinoso sotto la guida dello zio Abate Antonio Racioppi, figura di primissimo piano nella cultura del tempo e appassionato pedagogista di idee liberali. Insieme al cugino Giacomo Racioppi nel 1842 segue lo zio a Napoli. Nel ‘48, partecipa ai moti rivoluzionari. Arrestato per reati politici e poi liberato per insufficienza di prove, riprende l’attività artistica frequentando il Regio Istituto di Belle Arti, con il sostegno della Provincia di Basilicata. Michele Tedesco studiò sotto la guida di Domenico Morelli all'Istituto di Belle Arti di Napoli. In quegli anni di cospirazione politica e intellettuale ha rapporti con Cefaly, Morelli, Palizzi e gli altri pittori del Vicolo San Mattia, fucina di rinnovamento artistico e culturale. Nel 1860 si arruolò nella Guardia Nazionale e seguì Garibaldi in Toscana. Nel suo lungo soggiorno fiorentino, incontra gli artisti del Caffè Michelangelo e con continuità si dedica ad approfondire i maestri della pittura toscana del Quattrocento. Dal 1860 al 1874, fu attivo nel movimento macchiaiolo, tra i primi frequentatori della tenuta di Martelli a Castiglioncello, dove fu ospite nel 1861 e nel 1862, assieme a Telemaco Signorini e Giuseppe Abbati e Diego Martelli. Questa ricerca si tradurrà in una raffigurazione simbolica in chiave intimista che esplorerà in particolare i sentimenti delle donne, ritratte nei vari momenti di vita quotidiana. È un aspetto che per molti tratti lo avvicina a Silvestro Lega; si pensi alla Ricreazione alle Cascine di Firenze, esposta ed acquistata dall’Accademia di Bologna nel 1863.

"La gioventù entusiasta mi spinse a cercare un nuovo indirizzo artistico e girando per la campagna mi sentii attratto a nuovi studi ed a nuove ricerche. Mi vi gettai con altri miei compagni che mi piace nominare fra i primi: Signorini, Borrani, Cabianca, Banti, Sernesi, Abbati, Michele Tedesco. Il 1859 e il 1866. Fu una cospirazione nuova, la guerra dichiarata all'Accademia e all'arte classica. Si chiamò la Macchia e fummo battezzati col titolo di Macchiaioli". In questa lettera Giovanni Fattori descrive efficacemente il clima di quegli anni, quando il lucano Tedesco è nel cuore delle avanguardie. Una lotta spietata contro il vecchiume, contro il canone che recide le ali alle sperimentazioni del pensiero nuovo.

In questi anni Tedesco viaggia molto ed espone in diverse città italiane ed europee, entrando peraltro in contatto con i circoli artistici tedeschi e vittoriani di Londra. Annota ogni cosa nei taccuini. Tedesco visitò le maggiori città italiane ed europee e, durante un viaggio in Baviera, conobbe la pittrice Julia Hoffman. Nel 1873 sposa la pittrice tedesca Julia Hoffmann, avvicinandosi alla cultura artistica tedesca. Nello stesso anno lasciò definitivamente Firenze, per recarsi a Roma. Nel 1877 si stabilì a Portici come insegnante di pittura e direttore della Scuola dei disegni e dei bozzetti, fonda la Scuola Artistica per gli operai. Nel 1876 Giulia e Michele trascorrono qualche mese a Perugia, ospiti del pittore Annibale Brugnoli; li raggiungerà anche Vincenzo Cabianca. Tedesco è presente all’Esposizione Nazionale di Napoli del ‘77 e a quella Universale di Parigi del ‘78; nel 1880 è alla Nazionale di Torino e nel 1888 all’Esposizione Italiana di Londra, città alla quale, in segno di gratitudine, il Governo italiano donerà la monumentale tela de I Sibariti realizzata nel 1887. Alla mostra Nazionale di Palermo ottiene la medaglia d’argento con il dipinto Il Testamento, che aveva già attirato l’attenzione della critica a Roma nell’83 e a Brera nel ‘91. Nel 1892 vinse la cattedra di figura all' Istituto di Belle Arti. Divenne cosi' professore di disegno dalla statua all’Accademia di Belle Arti di Napoli, incarico che mantenne fino alla morte. Instancabile, continua ad animare il dibattito sulle sorti dell’arte italiana, definendosi un antimorelliano. Nel 1903 realizza il dipinto celebrativo della visita di Zanardelli in Basilicata in una fase in cui la sua pittura e quella di Giulia presentano molte affinità stilistiche e tematiche. Nel 1912 Alfonso Frangipane, ch’era stato suo allievo nei primi anni del secolo, traccia un ritratto attraverso il quale può essere tranquillamente consegnato ai posteri: «Dal bel volto… per quegli occhi che mandavano fiamma di pensiero, sembrava che non solo l’amore, ma pure l’ammonimento schietto volesse manifestarsi, imporsi, solcare a fondo nella nostra anima».

La pittura e la poetica di Tedesco sembrano essere una metafora eloquente di quel "mitico XIX secolo lucano": uno scontro viscerale tra istinto e ragione, che ben si sostanzia nelle parole di Roberto Bracco, tra i più grandi autori del teatro del Novecento, diverse volte candidato al Premio Nobel per la letteratura. In merito alla tela "Invasione di una scuola pitagorica in Sibari" esposta a Londra, il Bracco scrive: "Michele Tedesco, l'ordinatore a Londra della mostra napoletana, di cui la rettitudine e la solerzia bene compendiano tutta la responsabilità di questa rappresentanza meridionale della pittura italiana, esponendo una grande tela, nella quale si vede agevolmente il prodotto d'un lungo e profondo studio storico e d'un lavoro arduo e penoso, dà prova d'una fermezza di propositi assai onorevole e benefica, qui dove si dubita alquanto della lena e della tenacia e della cultura dei pittori nostri. Egli ha ricostruito una scena dell'antico sibarismo, molle, impudente, invadente. E, infatti, il quadro raffigura una comitiva di giovani e splendide e voluttuose sibarite che, sdraiate sopra un carro, invadono il recinto d'una di quelle scuole pitagoriche -consensi monastici- austeri, riuniti lontano e in odio ai sibariti- delle quali gli avanzi di Metaponto ricordano ancora la gravità dei colonnati. E, mentre le donne, inebriate, schiamazzano e beffeggiano mettendo a soqquadro gli erbaggi- il cibo dei pitagorici, vegetariani- essi, sprezzanti e dignitosi, non interrompono le filosofiche discussioni. Voi capite, signori, che mettersi a dipingere un quadro di questo genere, se non è pazzia, è certamente un eroismo".
Tedesco muore a Napoli il 3 febbraio del 1917.

L'Ottocento lucano.

Nell’Ottocento la Basilicata vive un momento di grande elevazione culturale, dalla politica, alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, un ambito, quest'ultimo, dove si mettono in luce altre grandi figure come Vincenzo Marinelli, Giacomo Di Chirico, i fratelli Busciolano e Andrea Petroni. Una centralità che la vicenda biografica di Michele Tedesco rende esemplarmente esplicita nel rapporto che lo lega a Giacomo Racioppi, cugino di primo grado, all'Abate Antonio Racioppi, zio di entrambi e figura di primissimo piano della cultura del tempo, a Luigi Settembrini, Raffaele Bonari, Petruccelli della Gattina, Giustino Fortunato. Sembra strano, ma nella Basilicata del XIX secolo, un Sud degli altri Sud, batteva un cuore internazionale. Spiravano venti da tutte le direzioni e confluivano in un unico vortice di idee, opere e valori che non si è ancora riproposto nella contemporaneità. C'era il fermento per gli ideali liberali, per la costituzione di una Patria comune che rendesse tutti più liberi e forti, aneliti per nuove forme di governo e fede nelle capacità dell'uomo di migliorare il proprio presente. C'era il desiderio del Nuovo. Il 18 agosto 1860 sembra il traguardo di tanti "cospiratori" liberali, capaci di racchiudere tutte le varie anime risorgimentali da quella monarchica costituzionale a quella repubblicana. La Basilicata è stata la prima regione meridionale a combattere Francesco II e proclamare l'Unità. Questo primato le valse un Regio Decreto (n. 395 del 4-9-1898) grazie a cui il gonfalone comunale di Potenza fu insignito della medaglia per "benemerenza risorgimentale". Erano in 27 e solo 5 meridionali. Gli uomini lucani che hanno contribuito a questa data sono Giacinto Albini, i fratelli Pietro e Michele Lacava, Giacomo Racioppi, Gianbattista Pentasuglia. Uomini come Giustino Fortunato ed Emanuele Gianturco l'hanno consolidata. Il 18 agosto 1860, però, non è soltanto la data d'arrivo della "rivoluzione" ma anche l'inizio della "controrivoluzione", quella per gli ideali traditi, le promesse mancate. La "reazione" a quel "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi" dei troppi "gattopardi". I lucani, i primi rivoluzionari e i primi reazionari. Dallo stesso ventre, sia carbonari, sia briganti. Un "brigante della parola" è stato lo scrittore, giornalista e politico Ferdinando Petruccelli della Gattina di Moliterno. Mazziniano convinto, dopo i moti del '48 fuggì in Francia, lì dove ebbe modo di conoscere personalità come Jules Michelet (di cui fu allievo dei corsi di storia), Daniele Manin, Pierre-Joseph Proudhon e Charles Darwin. Nel 1851, combatté assieme ai repubblicani contro il colpo di stato di Napoleone III ma, sfumata l'insurrezione, fu costretto ad abbandonare Parigi e riparare a Londra. Qui ha modo di prendere contatti con Giuseppe Mazzini, Louis Blanc e altri esuli democratici. In Gran Bretagna continuò l'attività giornalistica, lavorando per il Daily News di Charles Dickens. Dopo l'impresa dei Mille fu richiamato a Napoli ed eletto deputato nel collegio di Brienza. Si trasferì a Torino, allora sede del Parlamento italiano, sedendo sui banchi della sinistra storica fino al 1865. Rimase, tuttavia, molto amareggiato per come fu concepita la nuova Italia e perse l'entusiasmo che l'aveva caratterizzato inizialmente. Questo rammarico si tradurrà ne "I moribondi del Palazzo Carignano" (1862), uno dei suoi componimenti più famosi, considerato dal critico letterario storicista Luigi Russo "un piccolo capolavoro di arte e di critica politica" e da Indro Montanelli "la perla della nostra memorialistica del tempo". L'opera è lo specchio fedele di quel che era accaduto del Risorgimento italiano: sarcasmo e ironia per tracciare i profili dei suoi avidi colleghi parlamentari, dimentichi e volontari traditori dei valori comuni, con "pensiero ed azione" orientate esclusivamente a interessi egoistici. Anche in questo caso la lucidità d'avanguardia di un lucano ha scritto una verità della temperie culturale dell'epoca. Il Petruccelli muore a Parigi nel 1890 e il consiglio comunale di Napoli vorrebbe portare le sue ceneri nel cimitero degli uomini illustri di Poggioreale. La moglie si rifiuta. Lo spregiudicato scrittore lucano soleva dire da vivo: "Tornando sott'altra forma alla vita, da vegetabile, in Inghilterra, sarò ben coltivato; da uomo sarò un moderno civis romanus in qualunque parte del mondo: da animale, sarò protetto dal Comitato che si occupa dei maltrattamenti delle bestie. In Francia, o clericale o comunardo. In Germania, e me ne dispiace, soldato e forse contro il mio paese d'una volta. In Svizzera, albergatore. Negli Stati Uniti, uomo ricco. In Italia... Non so quel che potrò essere in Italia". La Basilicata al centro della cultura e del pensiero politico del XIX secolo, sì ma non solo. Uno dei più importanti rappresentanti della tradizione vichiana è lo studioso Cataldo Jannelli, nato a Brienza nel 1781. Era il periodo napoleonico e nel quadro del dibattito culturale sulle riscoperta di Giambattista Vico, seguendo le orme di Vincenzo Cuoco sull'importanza della storia e della filosofia della storia, Jannelli si inserì di diritto tra le voci dei più importanti degli storici del tempo. "Sulla natura e necessità della scienza delle cose e delle storie umane" (1817) è un saggio che si collocò in posizione originale tra i seguaci di Vico, capace di sviluppare un'autonoma riflessione sulla "Scienza Nuova" e la concezione della storia. Il saggio destò grande interesse nei contemporanei, attirando l'attenzione di storici della levatura di J. Michelet e di G.D. Romagnosi, e nel XX secolo di Croce, Gentile fino al recentissimo Eugenio Garin. La cultura Nuova dei lucani non soffiava solo dalla pittura, dalla letteratura, dal pensiero giuridico, storico e politico, ma anche dall'agronomia. Un naturalista, nato a Rionero in Vulture nel 1776, contribuì al progresso delle discipline agronomiche del Regno. Il suo nome è Luigi Granata e nel 1824 dà alle stampe il suo trittico "Teorie elementari per agricoltori". Con un intento divulgativo, chiaramente dichiarato nella prefazione, l'opera espone, con ordine e lucidità, cognizioni che, ancora rigettate da voci autorevoli del tempo, saranno destinate a imporsi come i pilastri delle conoscenze agrarie posteriori. Sul terreno della fisiologia vegetale il Granata professa l'origine atmosferica del carbonio assorbito dalle piante; su quello chimico attribuisce al lievito, di cui non può, palesemente, definire la natura vivente, il ruolo di agente della fermentazione; su quello patologico asserisce la natura crittogamica delle fondamentali malattie dei vegetali. Grazie al successo delle Teorie, Granata si collocò al centro della cultura agronomica del Reame e, avvalendosi del proprio prestigio, si impegnò per la creazione di un'azienda sperimentale che assolvesse alle finalità di sperimentazione e divulgazione. Una fattoria sperimentale era l'obiettivo di tutti gli alfieri dell'agronomia europea e tra questi il Granata. Ricalcando le orme dei padri dell'agricoltura moderna, il lucano promuoveva la costituzione di una società per azioni che avrebbe dovuto acquisire un latifondo di 2099 moggi napoletani (706 ettari) nella piana di Eboli, coltivato secondo il più arcaico sistema cerealicolo-pastorale, e intraprendervi un piano di trasformazione che ne facesse un'azienda agraria e zootecnica d'avanguardia. La testimonianza sull'apprezzamento dell'opera del Granata arriva da parte del più autorevole cenacolo di studi agrari, l'Accademia dei Georgofili, la storica istituzione fiorentina che dal 1753 promuove, tra ricercatori e proprietari agrari, gli studi di agronomia, selvicoltura, economia e geografia agraria. La recensione fu del più importante georgofilo rinascimentale: Cosimo Ridolfi.