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La Lucania

Albino Pierro



« Quella di Tursi, il mio paese in provincia di Matera, era una delle tante parlate destinate a scomparire. Ho dovuto cercare il modo di fissare sulla carta i suoni della mia gente. » (Albino Pierro, 'A terra d'u ricorde )

Albino Pierro (Tursi, 19 novembre 1916 – Roma, 23 marzo 1995) è stato un poeta italiano. È famoso soprattutto per la sua svolta dialettale e per essere stato più volte candidato al Premio Nobel per la Letteratura. Fu consacrato fra i grandi lirici del novecento italiano da critici come Gianfranco Contini e Gianfranco Folena. Le sue opere sono pubblicate in inglese, francese, persiano, portoghese, spagnolo, rumeno, arabo, neogreco, olandese e svedese.

Nacque a Tursi in provincia di Matera. Ebbe un'infanzia molto travagliata, la morte prematura della mamma gli lasciò una grande ferita:

« Mia madre, morì poco dopo la mia nascita. La mia nutrice non aveva quasi latte. E mi davano alle donne del paese, madri fresche, per una poppata. Ancora oggi, quando torno a Tursi, incontro vecchiette che mi ricordano il debito: "Don Albine, io vi ho dato il latte"... » (Albino Pierro, 'A terra d'u ricorde)

ma allo stesso tempo gli fece amare ancora di più i luoghi in cui era nato, la sua casa, chiamata volgarmente pahàzze (palazzo) e il suo rione, la Rabatana:


« [..] Ma ié le vògghie bbéne 'a Ravatène / cc'amore ca c'è morta mamma méie: / le purtàrene ianca supr' 'a sègge / cchi mmi nd'i fasce com'a na Maronne / cc'u Bambinèlle mbrazze. / Chi le sàpete u tempe ch'è passète... / e nun tòrnete ancore a lu pahàzze. » (Albino Pierro, 'A Ravatène )

« [..] Ma io voglio bene alla Rabatana / perché c'è morta la mamma mia: / la portarono bianca sopra la sedia / con me nelle fasce come una Madonna / col Bambinello in braccio. / Chi lo sa il tempo che è passato... / e non ritorna ancora al palazzo. » (Albino Pierro, La Rabatana )

La sua infanzia è stata caratterizzata anche da una malattia alla vista che spesso lo costringeva a vivere le giornate nel buio della propria camera:

« Quanne i'ére zinne / àgghie stète arrasète int'i càmmre / e a scure ll'occhiecèlle / mi pungicàine russe cumigghiète / d'ardìgue. / Dicìne nd'u paìse / ca m'avìj' 'a cichè.[..] » (Albino Pierro, Quanne i'ére zinne)

« Quando ero bambino / me ne stavo negli angoli delle stanze / e al buio gli occhietti / mi pungevano, rossi (e come) coperti di ortica. / Dicevano nel paese / che sarei diventato cieco.[..] » (Albino Pierro, Quando ero bambino )

Da adolescente, dopo un periodo di frequenti spostamenti nel quale attraversò numerose città, tra cui: Taranto, Salerno, Sulmona, Udine e Novara, si stabilì definitamente, nel 1939, a Roma. Laureato nel 1944 in filosofia, nel 1946 iniziò la sua carriera di letterato pubblicando varie raccolte in lingua, finché nel 1959 con 'A terra d'u ricorde iniziò la sua produzione in dialetto tursitano. Da allora egli non si staccò più dall'idioma della sua terra natia, nel quale la critica militante riscontrò le suggestioni più profonde delle lingue romanze, grazie alle risorse foniche e simboliche che tale idioma possiede. Attraverso un attento e continuo lavoro formale e metrico, Pierro riuscì a ricreare con il dialetto, le suggestive atmosfere legate al ricordo della sua infanzia le quali fecero ritornare in lui molti rimorsi che contribuivano ad alimentare quel dolore interno dovuto alla lontananza dalla sua terra.

« [..] Com'agghi' 'a fé, Maronna mèie, / com'agghi' 'a fé? / L' agghie lassète u paise / ca mi davìte u rispire d'u céhe, / e mò, nda sta citète, / mi sbàttene nd'u musse schitt'i mure, / m'abbrucuuìne i cose e tanta grire / com'a na virminère.[..] » (Albino Pierro, Le porte scritte nfàcce )

« [..] Come debbo fare. Madonna mia, / come debbo fare? / Ho lasciato il paese / che mi dava il respiro del cielo, / ed ora, in questa città, / mi sbattono sul muso solo i muri, / mi infestano le cose e tante grida, / come un vermicaio.[..] » (Albino Pierro, Lo porto scritto in faccia )

Nel 1976 ha vinto il "premio Carducci" per la poesia. Nel 1986 e nel 1988 fu vicino alla vittoria del Premio Nobel per la Letteratura, infatti in entrambi i casi arrivò secondo. Essendo stato riconosciuto un grande poeta anche all'estero, nel 1985, venne invitato dall'Università di Stoccolma ad una lettura di poesie. Nel 1992 ricevette la laurea honoris causa dall'Università degli Studi di Basilicata, che in tal modo intese rendere omaggio "all'interprete di una condizione esistenziale che fa corpo tutt'uno con l'anima antica della civiltà lucana". Nel 1993 la Normale di Pisa organizzò un incontro con il poeta. Il 23 marzo 1996, ad un anno esatto dalla scomparsa, il Consiglio Comunale, ha proclamato Tursi "Città di Pierro" e intitolato a lui l'Istituto Comprensivo di scuola Materna, Elementare e Media. Al Comune di Tursi ha donato la sua casa e la biblioteca contenente migliaia di libri. Grazie a tale lascito è stato istituito un premio per il miglior poeta italiano che si esprima in dialetto.

Durante la sua carriera collaborò per le riviste Rassegna Nazionale ed il Balilla. Tra le sue opere ricordiamo, oltre a " 'A terra d'u ricorde" del 1960, " I'nnammurète" e "Metaponto" entrambe del 1963, ma ristampate nel 1966 in un unico volume. Quindi "Com'agghi'a fè" del 1977, "Ci uéra turnè" del 1982, "Si pò 'nu jurne" del 1983, "Un pianto nascosto" del 1986. È uscito postumo "Nun c'è pizze di munne" che costituisce l'apice della sua lirica in dialetto di Tursi.

Albino Pierro, le sue poesie:

"Il Ritorno"

"Morire al canto dei grilli"

" 'A Ravatène"

" 'A terra d'u ricorde"

"Stanotte"

"Chi t'ha fatte 'a mascìje? "

"E ll'òrgane ca sònete"

"Certe vòte"

"A occhie e cruce"

"Metaponto"

"Passe nd' 'a vita tue"

"Quanne i'ére zinne"

"Ancore ni picca picche"

"Prima di parte"

"Nun ni dice a nisciune"

"I 'nnamurète"

"Mbàreche accusì"

" 'A cristarelle"

"L'ala dei sogni"

"E' giusto che sia cosi' "

"Lascia stare i fantasmi"

"Appuntamento"

"Questo mi resta di te"

"Sortilegio "

"A Ferrandina"

"Ringraziamento alla poesia"

"Congedo"

"Il teatrino"


A FERRANDINA

A Ferrandina,

vidi il sole rosso

stretto dalle colline;

la sera divenne gelida

quasi anima che si rapprenda

e chiuda nel punto nero

veli e dolci lacrime.

Il treno tutto ferro,

irruppe per sbigottire

buio e cuori tristi;

e il tenero volto straziato

di mia zia,

scomparve nella luce ondosa

filo d'erba nell'acqua

che annotta.

Poi tutto fu clamore,

e invano gridai;

invano attesi la grande luna

che improvvisa la quiete:

a Ferrandina era notte,

e forse anche i morti

s'erano levati a cantare,

coi grilli.


Riporto ora un articolo di Pino Aprile (contenente anche dichiarazioni del poeta), apparso sulla rivista "Oggi" nell'ottobre 1988.

I Pierro erano famiglia di signori, a Tursi. Abitavano nel palazzo ("u paàzze"). Finché era nei confini casalinghi, il giovane Albino era obbligato a parlare italiano: quello raffinato e coltivato d'una famiglia di giuristi e professori. Fuori delle mura, c'era il dialetto. "E io ne ero incantato" dice il poeta. "Mi piaceva ascoltarlo dai contadini: nei loro racconti, la descrizione d'un temporale, un evento naturale diventava un fatto terribile e misterioso, una fiaba". Così, al figlio dei signori, il popolo diede il latte e la poesia, il senso del magico. Era il cielo, non la fisica né la logica, a Tursi e nell'infanzia di Albino Pierro, a regolare il corso delle cose. "Venni dato per morto", narra il poeta. "Mi avevano già vestito e messo nella bara. La nutrice disse d'aver udito, a un tratto, il grido di mia madre morta. Io ne fui riscosso e tornai a vivere. Me lo riferiscono le mie zie. Ero troppo piccolo per ricordare". Suo padre si risposò, altre due volte: furono le zie Assunta e Giuditta ad allevarlo. "Avevo debole salute e gli occhi sempre arrossati. La mia nutrice tentò un rimedio popolare: impacchi d'ortica. Le cose peggiorarono. A quattro, cinque anni quasi cieco, fui costretto a restare sempre al buio. Imparai a suonare il mandolino. Cantavo bene. Più tardi, con i miei due fratelli, tenni concerti in paese. La gente veniva, ". Un oculista, a Roma, scongiurò il peggio: "il ragazzo potrà leggere tanto da diventare professore universitario, non cieco". E per Albino si aprirono la biblioteca di casa e quella, ancor più fornita, dei Capitolo, vicini e parenti stretti. "Durante l'estate, dopo pranzo, alla controra", rammenta, "si doveva dormire per forza. Io mi rannicchiavo vicino al balcone e, alla luce che passava dallo spiraglio, leggevo i russi. Anche Shakespeare, anche i francesi, ma i russi mi hanno formato. Calcolavo quante pagine ogni quarto d'ora. Oggi non tocco più un romanzo. Non si può, dopo i giganti, dopo Dostoevskij". Il palazzo dei Pierro è nel quartiere della Rabatana, fondato dai saraceni. È il più vecchio del paese, che pare precariamente posato su una collina di creta e sempre sul punto di scivolare in basso, lungo i calanchi. Il giovane Pierro amava palazzo, Rabatana, paese e collina. Soffrì quando dovette trasferirsi, per continuare gli studi, prima a Taranto, poi a Salerno e a Sulmona. Scappò più volte dai collegi. "A me piaceva leggere, non studiare. Non ero un buon allievo". Ma ebbe buoni insegnanti, che lo capirono e aiutarono. "A Salerno, Felice Villani, professore d'inglese, m'insegnò a capire la poesia. A Sulmona, Mario Zangara mi spronò a coltivarla. Ha poi scritto due libri su di me". Ma dopo il primo anno di liceo, Albino Pierro segue a Udine suo cugino Guido Capitolo e smette di andare a scuola. "Finalmente potevo non far altro che leggere: Benedetto Croce, i filosofi, letteratura straniera. I libri mi arrivavano a pacchi". In estate si trasferì in Carnia, presso Tarvisio e conobbe Waldi, il montanaro. "Aveva fatto il giro del mondo, conosceva dieci lingue, ma vestiva di stracci e viveva di piccole commissioni, scriveva elogi funebri a pagamento. Mi insegnò il tedesco, a capire il respiro della natura. Mi innamorai violentemente d'una ragazza che, in seguito, si fece suora. Passavo giornate nella soffitta di Waldi a leggere le Confessioni di Sant'Agostino o la Bibbia in tedesco. Quando andai via, Waldi volle portarmi la valigia alla stazione. Aprì per me un passaggio nella neve, fino al treno. Lo vidi sparire tra fiocchi di neve". A Novara, presso lontani parenti, ancora niente scuola, ma un nuovo interesse (lo studio del pianoforte) e un nuovo amore: una ragazza toscana che voleva far la cantante. "Per lei, per poterla sposare, ero disposto anche a trovarmi un lavoro a Roma o a Lanuvio, dove, nel frattempo, mi ero trasferito, ospite di mio fratello". Fortuna volle che la pulzella amasse il canto più che Albino. Il quale ripiegò sullo studio, sino alla laurea. Ormai viveva a Roma, "sempre in cerca d'un posto fisso per mettere su famiglia". Attraversò la guerra, "senza capire niente, né allora né oggi, di storia e di politica. Anche se recensii opere filosofiche per la "Rassegna nazionale", scrissi fiabe per il giornalino "Balilla" e una poesia per la morte del figlio di Mussolini, Bruno: il dolore aveva colpito il potente. In via Rasella ero appena passato, quando udii un boato: scampai alla strage e al rastrellamento dei tedeschi, sia allora sia in un'altra occasione, in via Nazionale". Pierro ricorda un'altra fuga: lui, la moglie e la figlia, in bicicletta, in una Roma invasa da gente impaurita. Ma il resto della guerra non gli pesò: frequentava centri culturali, conobbe scienziati e letterati. E scriveva tanto. Ma in italiano. "Non avevo mai pensato di usare il dialetto. Mi accadde, senza averlo davvero deciso, il 23 settembre del 1959. Ogni anno tornavo a Tursi e quella volta fui costretto a rientrare anticipatamente a Roma. E ne patii. Nacque così, di getto, la prima poesia in tursitano: Prima di parte, "prima di partire". Sei mesi dopo, era pronta la prima raccolta in dialetto: 'A terra d'u ricorde. Trent' anni dopo, oggi, Pierro resta senza spiegazioni su quell'evento. Dice: "i critici cercano di capire com'è nata questa mia nuova lingua. Io non lo so. C'era in me il disiderio di fare poesia e quello che mi urgeva dentro nacque in dialetto. Ma la mia volontà, in questo, non ebbe nessuna parte. Perché un giapponese scrive versi in giapponese?". Sulla lingua scritta per la prima volta da Pierro, il Dipartimento di lingue e letterature romanze e della Scuola Nazionale ha pubblicato un'opera costata sei, sette anni di lavoro: Le Concordanze. Qualcosa come un dizionario costruito con l'elenco e il raffronto di tutte le parole pubblicate nei libri di Pierro. Solo il Porta e il Belli hanno avuto un simile omaggio. A Stoccolma organizzarono una serata in suo onore, in occasione dell'uscita del suo primo libro tradotto in svedese, nell'82. Tre anni dopo, l'università della capitale scandinava lo invitò a recitare le sue poesie, per due ore, in tursitano. Una lezione, che registrata, ancora oggi è a disposizione degli studiosi. "Mi hanno detto che uno di loro ama recitare una mia poesia, ma non in svedese, in tursitano", confida Pierro e poi se ne pente. "Non metta troppe cose, non scriva troppo di me", chiede il poeta. "Non mi faccia apparire vanitoso e diverso da quello che sono, un uomo che vive da solitario, ma non solo: ho i miei libri". La sua piccola casa ne è piena. Don Albino continua la sua convivenza con la malferma salute, al primo piano d'una palazzina di piazza Ottavilla. Il suo unico cruccio: "Sono quasi due anni che non riesco a andare a Tursi. Il palazzo era rimasto danneggiato dal terremoto ed è stato restaurato, non so ancora come. Al paese non mi rimane alcun parente, ne sono morti tanti". Ma proprio le poesie di Don Albino ricordano che in quei paesi del Sud i morti non sono mai completamente morti, finché accettano di continuare ad esistere in forme più modeste (un insetto, il vento, un qualcosa attorno ai vivi) e nel ricordo. E Tursi stessa, che avrebbe rischiato la scomparsa senza che nessuno ne sapesse niente "a Pietroburgo", ora ha qualcosa per esistere, essere segnalata. Prendete la carta turistica della De Agostini. Poche località citate. Tursi c'è, per questa ragione: "patria del più grande poeta dialettale contemporaneo: Albino Pierro".